I PAESAGGI INTERIORI

In un documentario girato nel febbraio del 1974 (Un uomo invisibile – così si intitola), Italo Calvino interrogato sul perché pur vivendo da 7 anni a Parigi non avesse mai scritto né una riga né un racconto su quella città, quasi fosse un tabù, rispose ”forse per scrivere su Parigi dovrei staccarmene, dovrei esserne lontano se è vero che si scrive partendo da una assenza. Oppure dovrei esserci dentro fino in fondo, dovrei esserci stato fin dalla giovinezza se è vero che sono gli scenari dei primi anni della nostra vita quelli che danno forma al nostro mondo immaginario. Forse il punto è questo: bisogna che un luogo diventi un paesaggio interiore, che l’immaginazione prenda ad abitare quel luogo, a farne il proprio teatro…”

Quelli di cui sento di poter scrivere sono i miei paesaggi interiori, teatri sui quali danza, nostalgica e forte, la coreografia della mia immaginazione.

Per prima c’è stata l’immersione nelle cose, fin da quando ero bambina, e spesso giù nel fondo il respiro mi è mancato, come strozzato dall’angoscia di quella stessa irrinunciabile immersione profonda. Poi è venuto il distacco dalle cose, l’allontanamento, un andare incessante che intendeva lasciare dietro di sé solo un’immagine d’ombra. E’ partendo dall’assenza, da uno spazio vuoto di senso, che ho potuto colorare di invenzione la forma incalzante del buio. Sono così riaffiorati, prepotenti e pieni di orgoglio, frammenti di un mondo irreale e fantasioso, lontano eppur vicino. Cristallizzati nel ritmo delle parole scritte. Fissi nel divenire delle lettere.

Le distese dal profumo di infinito protagoniste della fotografia di Angelica Trinco le avevo dentro, da qualche parte (www.thedummystales.com/cora-e-raissa). E così i suoi orizzonti, i suoi cieli, la bellezza armonica e composta delle sue donne. Sui fotogrammi di questa sorprendente artista ho scritto parole mie, facendo recitare all’unisono libertà e desiderio di vita, speranza e aspettativa. Immaginando l’amore come fosse presagio di una felicità per certi versi ancestrale.

Anche l’inquietudine creativa di Marica Mosca (www.thedummystales.com/il-vintage-e-fly-rock-n-clothes), la dinamica intraprendenza di Andrea Rizzi (www.thedummystales.com/il-tela-larte-di-decorare-i-telai) o la grinta costruttiva di Niccolò Candidori (www.thedummystales.com/il-vintage-e-preziosa) le avevo dentro, da qualche parte. Sui loro sogni ho scritto i miei sogni. Di stoffa. Sulle loro aspirazioni ho scritto le mie aspirazioni. Di acciaio.

E così li ho abitati questi miei paesaggi interiori. Li ho cercati e trovati. Li ho scritti e gli ho perfino dato un nome. Erano le città invisibili. Le mie. Perché diceva bene Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Abito Sergio Daricello collezione P/E 2016

Foto Nils Rossi

 

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