I AM FRANCESCA, THE DUMMY

From the novel “The dummy that lived” by Frank Baum

From that instant the dummy began to live. […] She could not realize how different she was from people of flesh and blood; nor did she know she was the first dummy that had ever lived [..]. So ignorance gave her a confidence in herself that she was not justly entitled to. […]

1. LA QUESTIONE DEL MANICHINO (IL DUMMY)

Ho trascorso la gran parte della mia vita professionale a fare cose che non mi appartenevano, che non sentivo mie e che, va da sé, mi riuscivano malissimo. Facendo una immane e in fin dei conti inutile fatica per farle andare comunque. Per necessità, sia chiaro, non per volontà. Per le insondabili circostanze della vita, ma ciò non cambia la sostanza delle cose e nemmeno il mio percorso ora che mi volto indietro a tracciare qualche spiccia considerazione. Per cui quando ho letto la novella di Baum che raccontava di un manichino che improvvisamente prendeva vita ho pensato a me, ho pensato mi calzasse a pennello, che fosse in sintonia con la mia storia e ho deciso di appropiarmene. Io sono il manichino. Che un giorno ha deciso di vivere. Di diventare funzionale a sé stesso. Di non essere più funzione degli altri.

2. LA QUESTIONE DELLA SCRITTURA

L’altra grande parte della mia vita l’ho trascorsa a scrivere. Per me. E di me. Perchè le parole ancora oggi non mi escono bene quando le dico, sono sempre meglio quando le scrivo. Ragion per cui nel tempo ho stretto una salda alleanza con l’inchiostro anzichè con la voce. Con questa cosa di dover articolare dei suoni che poi sempre e sempre si perdono nello spazio lungo che ci tiene distanti non ho mai fatto pace. E probabilmente mai lo farò.

3. LA QUESTIONE DELLA CONTEMPORANEITA’

Aspiro a indagare quello che accade intorno a me, quello che vive nel mio stesso tempo presente. Non so farne niente altro che restituirlo in forma di prosa. Intorno a me ci sono le persone. Di cui scrivo, non per cui scrivo. Le persone fanno arte e dell’arte io fruisco. Anche di questo scrivo. Non da intenditore, non da critico, solo da persona che osserva altre persone creare delle cose. Le persone fanno anche i vestiti e credo che si chiami moda quella cosa lì. Ma io non mi intendo di moda, non nell’accezzione dilagante almeno. Quella che contempla correre a perdifiato da una sfilata all’altra, meglio se con indosso qualcosa di ridicolo, facendo finta che sia divertentissimo. Quella che se non ti sei scattato un selfie con l’ultimo capo dell’ultima sfilata dell’ultimo stilista di grido non sei nessuno. Ma ci sarà sempre un altro selfie e un altro abito e un’altra stagione incalzante nel circo vorticoso della moda, sempre lì più avanti, più avanti di me di sicuro. In uno spazio che smette di essere contemporaneo e diventa futuribile. E io non lo so raccontare. Io faccio costruzioni oniriche intorno a me, e alle persone intorno a me, avvolgo tutto in certa stoffa e poi cerco riparo dentro qualche storia. Ma, a dire il vero, non faccio altro che tradurre in immagini i miei sogni.

Questo è il mio mondo di cose al quale vi partecipa in maniera più o meno stabile  Elisabetta Brian per la parte relativa alle immagini. In maniera instabile vi partecipano invece tutti coloro che conoscendomi reputano interessante condividere qui, in questo spazio, pezzi della loro creatività. 

Quanto al resto, di tutto e per tutto è solo colpa mia. Di quello che scrivo. Di come lo scrivo. Di quello che vedo. Di come lo vedo. Di quello che sento. Di come lo sento. Di quello che sogno. Di come lo sogno. Di quello che indosso. Di come lo indosso. Solo colpa mia.

Chi desiderasse mettersi in contatto con me può scrivere a : francesca@thedummystales.com 

(La foto in copertina è di Elisabetta Brian, il make up di Gaetano Blasa, gli abiti di Rita Capuni Collezione A/I 2016)