DENTRO LA FOTOGRAFIA DI WANDA PERRONE CAPANO

Fotografia come menzogna. Fotografia come ricerca estetica. Fotografia come forma espressiva nella quale, stratificate, trovano dimora l’esperienza e la conoscenza acquisite nei giorni, anche quelli in teatro, con il corpo, con la voce. Con la vita tutta.

“La fotografia? Partiamo dal presupposto semplicissimo che la fotografia è sempre una menzogna. Ciò che mi interessa è che si possano cogliere dei momenti e si possano restituire attraverso un’immagine ricreando l’atmosfera di un determinato accadimento. Ma sono convinta che non sia mai verità perché è l’occhio del fotografo quello che guarda, ed è il suo occhio a decidere cosa mostrare. E in questo senso, inevitabilmente, è quello stesso occhio a mentire.”

Nata a Trani 36 anni anni fa, Wanda Perrone Capano consegue a Bari la laurea in Lettere Moderne con una tesi di approfondimento sulla sociologia visuale, un ramo ben definito della sociologia contemporanea che utilizza l’immagine come strumento di ricerca. A soli due esami dalla laurea, si trasferisce a Milano per lavorare come assistente di studio presso l’Istituto Italiano di Fotografia.
“Un Natale, avevo 18 anni, mio fratello mi ha regalato la sua Reflex che non usava più e che io, a dire il vero, non sapevo nemmeno come tenere in mano. Dopo un corso di 2 mesi, sono completamente impazzita. E così, quando un giorno una amica mi ha detto di aver letto su un quotidiano che a Milano l’Istituto Italiano di Fotografia metteva a disposizione delle borse di studio, ho attraversato l’Italia. Non l’ho vinta, la borsa di studio, ma ero talmente motivata che mi è stato proposto subito un lavoro di assistente: lavoravo per la scuola ed in cambio frequentavo i corsi. Sono arrivata a Milano a 24 anni; fotografavo già da 5 anni, non ho ancora smesso.”
Consegue il diploma nel 2006 presso lo stesso Istituto e inizia l’attività di docente in ritratto e autoritratto e a curare i progetti esterni, anche quelli con i teatri come il Piccolo di Milano, dove per tre anni si spende in qualità di coordinatrice e fotografa.
“Non mi piace demarcare nettamente i generi fotografici perché penso abbiano confini labili e spesso si compenetrano. Ci sono fotografe come Lise Sarfati o Alessandra Sanguinetti che si occupano di ritratto, ma fanno parte dell’agenzia Magnum perché il loro sguardo è rivolto alle persone dentro i contesti; è il genere di fotografia che interessa a me, con una propensione più per il ritratto che per il reportage in senso classico. Mi sono occupata di fotografia di arredamento per molti anni, ma fotografare gli oggetti mi annoia, la trovo una fotografia prettamente tecnica. Mi piace relazionarmi con le persone, mi interessa conoscerle, anche se in realtà rimango convinta del fatto che quando si fa un ritratto è davvero raro che si racconti la persona. Si racconta il fotografo molto di più.  Per tutti questi motivi preferisco il ritratto ambientato. E scatto quasi solo per strada, di sera. Perché la luce della sera ha un fascino speciale che evoca le suggestioni di certo cinema noir al quale io sono molto legata.”

Nel febbraio scorso espone presso la galleria AREA35 Art Factory  il lavoro Evidence, una serie di scatti realizzati nell’arco temporale di quasi 2 anni, prevalentemente la sera, dopo feste o concerti, per strada o fuori dai locali della movida milanese. Umanità ritratta senza sguardo né espressione. Segno visibile eppure immateriale di un fatto, di una situazione, di una condizione.
“Fotografavo quello che vedevo e spesso era degrado, solitudine, fragilità. Un’esperienza molto forte, importante, perché raccontava anche del mio malessere e proprio per questo pensavo che quelle foto non avrebbero mai visto altro spazio se non le scatole di cartone in cui tuttora le conservo. Una mostra nata anche e soprattutto grazie a un grande autore, Michael Ackerman, con il quale ho fatto un workshop. Mi sono presentata da lui quasi senza materiale, con 20 stampe appena, e quando mi ha chiesto altri file ci ha pensato lui a fare una selezione di 40 scatti su 80 che gli avevo proposto. Tantissimi! Da lì, dal lavoro con lui, ho iniziato a strutturare il progetto Evidence.”
Fra gli interessi di questa giovane fotografa anche la moda, quella capace di raccontare le cose, quella che non si limita semplicemente a mostrarle. Quella che non racchiude in sé una accezione negativa, commerciale per utilizzare un termine grossolano. Quella che si ispira ai maestri capaci di mettere in scena tanto ma con uno scopo, una finalità narrativa. Sono Peter Lindbergh, Jurgen Teller, Viviane Sassen, Tim Walker.
“L’altro autore fondamentale per me, il primo che ho conosciuto e veramente amato, e che sempre mi rimarrà nel cuore, è Anders Petersen, con il quale ho avuto la fortuna di trascorrere 3 giorni, in occasione di un workshop. Una persona incredibile, dolcissima. Lui mi ha insegnato che se una fotografia ti costringe a porti degli interrogativi allora è una buona fotografia. Ed è un po’ la funzione che dovrebbe avere l’arte in generale. Tutte le forme espressive dovrebbero indurci alle domande. Diversamente, forse, non è arte. E’ solo un esercizio, più o meno estetico, fine a sé stesso. Ma non è arte. E non è nemmeno fotografia.”

Desidero ringraziare per la cortese intervista Wanda Perrone Capano,
fotografa. www.nophotoplease.it


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