LA LINEA DI CONFINE

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

Mi sono svegliata che la paura aveva oltrepassato la linea di confine. La linea di confine delimita il perimetro entro il quale può stare la paura, un territorio che ho conquistato a colpi di immaginazione e che ho posizionato in un angolo nascosto e anche un po’ buio in fondo allo stomaco, convinta che il buio sappia far paura alla paura stessa.

Invece l’indomani dopo i fatti di Parigi.

Mi sono svegliata che la paura scorrazzava in tutta libertà. E correva su e giù per le gambe paralizzandole, calpestava rabbiosa il cuore anestetizzandolo, si estendeva veloce ai pensieri impedendo di fissarli con l’inchiostro.

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

Scrivere mi pareva un esercizio inutile, futile, a tratti ridicolo mentre cercavo di riordinare gli appunti di una mostra dedicata all’alta moda alla quale avevo da poco assistito. Man mano che varcava la linea di confine la paura rendeva tutto immobile, come di pietra. E poi la pietra prendeva a sgretolarsi e del tutto restava il niente.

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

La mia vergognosa ignoranza imponeva un rispettoso silenzio difronte a vicende immensamente articolate. Equilibri così difficili da capire nel profondo che stavo in silenzio. Ma la paura, risalendo su oltre la linea di confine, non faceva che rendere quel silenzio assordante.

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

Non riuscivo a cavarmi dagli occhi gli occhi pieni di disperazione delle madri che avevano perso i loro figli perché usciti un venerdì sera per assistere a un concerto o per cenare al ristorante o per andare a vedere una partita allo stadio. E agli occhi di mio figlio, pieni del solito incanto della vita, che mi chiedevano “Mamma tu felice?” io non sapevo rispondere.

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

Il primo impulso, feroce e vitale ho creduto, è stato quello di chiudermi in casa. Rinunciando a tutte le cose che fino al giorno prima mi erano sembrate normali e scontate, dovute direi. La metropolitana, il ristorante, uno spettacolo e che invece, alla luce dei fatti di Parigi, diventavano improvvisamente atti significanti.

E così l’indomani dopo i fatti di Parigi.

Mi è venuto di confondere il bisogno di preservarmi con il desiderio di vivere.

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

Con il respiro trattenuto mentre piangevo di un pianto muto è riaffiorato, spontaneo, un ricordo lontano. Un viaggio in auto. Noi 4 sorelle sedute dietro che ascoltavamo la musica mentre mio padre guidava veloce attraverso i colori della campagna veneta in estate. La mano di mia madre appoggiata con dolcezza sulla sua gamba e un odore di lavanda, di buono, che saliva dai vestiti della domenica. Mentre guardavo dal finestrino la pace scorrere davanti ai miei occhi fantasticavo della vita futura. Pensavo che nel 2000, all’età di 27 anni, mi sarei sposata. Il 2000 mi pareva una data armonica, molto tonda, perfetta per un sogno d’amore, e i miei 27 anni lontani in maniera così rassicurante. Pensavo che avrei sempre vissuto in posti bellissimi come quelli della mia infanzia, che avrei sempre profumato di erba, che avrei sempre passato i giorni a correre nei campi e le notti a inseguire le luci intermittenti delle lucciole. Con dentro radicato un principio di libertà assoluto nato e cresciuto con me, con il mio mondo, con la mia vita, in quei campi, in quel sentire. E che tutto sarebbe sempre stato così, soave, felice come quel viaggio in macchina. Nel viaggio più lungo invece, quello della vita, i sogni che avevo confezionato con tanta cura e che con altrettanta premura avevo consegnato al futuro travestiti da certezze piano piano mi sono morti tra le mani. Negli anni è arrivata la paura. Ho avuto paura di vivere. Paura di essere. Paura di amare. Paura di lavorare. Ci ho messo molto impegno e molta fatica a costruire una linea di confine che arginasse tutta quella paura.

Eppure l’indomani dopo i fatti di Parigi.

La linea di confine, che tanto sforzo mi aveva richiesto il disegnare, sembrava come cancellata da una mano sconosciuta. Ma riaffiorando il ricordo, ho ricordato che a un certo punto, proprio mentre ero intenta a marcarla bene quella linea di confine, la paura di vivere ha saputo piegarsi all’ immensità di generare, la paura di essere ha saputo cedere il passo allo stupore di diventare, la paura di amare ha saputo arrendersi al desiderio di provare, la paura della disoccupazione, infine, ha saputo trasformarsi nella meravigliosa avventura di scrivere. E di nuovo lo stesso odore di lavanda, di buono, che sale dai vestiti.

L’indomani dopo i fatti di Parigi.

Ho pensato che a quella barbara e insensata violazione dell’umanità dovesse contrapporsi, con più coraggio possibile, la rivendicazione dei nostri diritti soggettivi. Forte di questa convinzione ho tracciato ancora, ancor più decisa questa volta, la linea di confine e vi ho stipato di nuovo dentro tutte le paure. Le ho messe in un angolo nascosto e anche un po’ buio in fondo allo stomaco, convinta che il buio sappia far paura alla paura stessa. E sono uscita di casa.

 

 

 

 

 

 

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