NON E’ PER SEMPRE

Verrà una notte

E sarà il rumore della civetta

Nelle orecchie

Nel buio immobile

Radicato un dolore

Nelle pieghe del vuoto

Non sa essere per sempre

 

Rivelazione 1.  Non ha forma tonda

Michele si era presentato con i capelli tagliati a forma di scodella a dirmi che mi avrebbe amata per sempre. E io gli avevo creduto. Più che altro per il tutto tondo della scodella. Perché quando sua madre, l’Adriana, gli metteva la scodella in testa e con le forbici gli faceva i capelli tutti belli tondi, tondi e precisi, Michele pareva diventare serio. Serio e sincero. Perfino più bello. E smetteva come d’incanto di essere un bambino gracile e dinoccolato che camminava sgraziato e iroso addosso al mondo. Avevo pensato, proprio in quel giorno della dichiarazione d’amore, che il tondo fosse la forma tangibile dell’infinito. Quindi dell’amore. E ero così felice di riempire i quaderni di tante forme tonde mossa dal convincimento che non ci fosse né inizio né fine nel tondo, convinta che il tondo fosse una forma potenzialmente infinita e che dentro l’infinito ci potesse abitare il per sempre. Solo che un giorno, mentre disegnavo un tondo colorato di tutte le sfumature dell’arcobaleno, Michele era morto. Proprio lì nei campi vicino alla grande quercia dove andavamo a giocare il pomeriggio, schiacciato sotto il trattore. Si era sentita l’Adriana urlare di disperazione per una notte intera e spaccare tutte le scodelle lanciandole a terra, stretta in una morsa di dolore che la faceva sembrare pazza (qualcuno disse perfino che aveva provato a cavarsi gli occhi quella notte). Avevo dovuto sopportare che mia mamma mi vestisse bene per andare in chiesa a salutare Michele, che Dio se l’era scelto per fagli compagnia in Paradiso. Ma appena arrivata ero anche scappata, buttando quelle stupide scarpe di vernice bianca, che a Michele non sarebbero mai piaciute, dentro lo stagno in cui facevamo a gara a catturare i girini. Sperando che i girini si trasformassero in rane e che le rane scappassero con le scarpe bianche ai piedi prima dell’arrivo di Quello Lì Che Tutto Può, forte del suo insindacabile bisogno di compagnia. Io correvo a piedi nudi verso casa dell’Adriana per guardare i cocci delle scodelle tutte rotte che non avevano più nessuna forma tonda. Per sempre non è tondo. Così avevo pianto tra le braccia di mia nonna, incapace di far uscire le parole dalla gabbia monocorde e plastica di quei giorni tristi. Lo sguardo immobile su tante forme spigolose e acute. Taglienti. Al pari dell’assenza. E stavo lì seduta a fare in mille pezzi il mio ultimo disegno tondo, di un colore indefinito che ormai quasi non si riconosceva più tanto era sbiadito. Mille pezzi senza forma. Che è la forma del niente. Eppure senza parlare.

Rivelazione 2. Non è giallo e non è nero

Un altro giorno avevo spiato da lontano l’amoreggiare di Tony e la Renata. Con sgomento. Perché mi pareva sporco. Perché mi pareva costruito intorno a gesti di forza più che di tenerezza. E non me lo ero immaginato così l’amore. Come quelle bocche che si spalancavano, si facevano grandi nel mostrare denti ora neri ora luccicanti d’oro. Era tutto un brillare, di giallo e di nero, anche nelle parole di Tony che ripeteva alla Renata che l’avrebbe amata per sempre. Si vedeva che lei era proprio felice, se lo stringeva forte al petto quasi fosse un bambino e gli sussurrava “Grazie… per sempre… grazie per sempre.” Con commozione autentica e reverenza quasi assoluta. Perché Tony lo precedeva la sua fama di playboy, uno a cui le femmine erano sempre piaciute tanto. Così almeno raccontavano i vecchi mentre, già di primo mattino, si riempivano fino all’orlo i bicchieri di vino bianco con la scusa di fare la conta delle donne e dei figli che Tony aveva sparso in giro per il mondo. E nella loro inflessione dialettale mi pareva grandissimo questo mondo, senza confini nelle gesta di un amante narrato con tutta l’enfasi che si meritano gli eroi. E tutte le cose erano come animate da una strana eccitazione: così le parole, le carte da gioco, l’odore acre del fumo, perfino i cappotti di lana pregni della brina dell’inverno. Eppure Tony pareva tenere davvero alla Renata, anche se lei a voler essere sinceri non è che fosse propriamente bella. Anche se mostrava senza vergogna tutti i segni di un tempo ingrato che con affanno era passato sul suo corpo. Tutti i segni di una vita curva, trascorsa a lavorare nei campi e a far fatiche da uomo. Senza un attimo per lei, per la sua cura, per i suoi capelli che erano gialli come la paglia, per i suoi denti che c’erano e non c’erano e quelli che c’erano erano neri come il fango. Per sempre. Deve essere giallo e nero. Così avevo capito un giorno in cui a lungo li avevo studiati nel tentativo di appropriarmi della ricetta del loro amore imperituro. Ma di lì a poco la Renata venne a piangere da mia nonna dicendo che Tony l’aveva lasciata per Delfine la rossa, la puttana francese che piena di boria era arrivata in paese. Tony non ci aveva pensato su due volte e se ne era andato con la francese, lasciando la Renata a piangere piena di una disperazione inconsolabile e a gridare rabbiosa per le strade “I forestieri non sono mai cosa buona!” Nel suo singhiozzare acuto i denti neri mi parevano ancora più neri. E i capelli color paglia ancora più paglia. E tutti i colori d’un tratto così melmosi da non poter più essere attraversati dalla luce. Per sempre non è giallo. Per sempre non è nemmeno nero. Era stata la mia conclusione. “Mi laverò i denti tutti i giorni e tutti i giorni spazzolerò i capelli, finché morirò” avevo detto a mia nonna “perché con i denti e i capelli brutti nessuno ti può amare per sempre.” Ma mia nonna aveva aggiunto senza indugio “Siamo tutte la Renata.” Mentre insieme, in silenzio, la guardavamo tornare traballante e sola verso i campi.

 

Rivelazione 3. Non è nemmeno rosso

Un altro giorno ancora mi ero presentata, con precoce disincanto di atea, dentro il confessionale della chiesa a parlare con Don Silvio. Gli dicevo che c’erano troppe cose che non capivo e che nessuno sapeva spiegarmi. Una tra tutte, questa faccenda del per sempre e dell’infinito. Perché, davvero, io a forza di sentirlo ripetere ero arrivata anche a accettare, mio malgrado si intende, il mistero dell’Ascensione. Ma questa altra cosa proprio no. Il perché di un cuore capace di emozioni infinite e una mente capace di pensieri infiniti creati per essere costretti dentro un perimetro finito, così il corpo, così il mondo, così la vita stessa, io proprio non riuscivo a capirlo. “Se ogni tanto venissi a catechismo avresti la risposta pronta a tante stupidaggini” mi aveva rimproverato lui seccato. E aveva attaccato con la solita litania noiosa, a dirmi che poi di là sarebbe stato tutto bellissimo e l’amore sarebbe durato per sempre e ci saremmo ritrovati tutti felici e perfetti a sguazzare in un infinito spazio senza spazio e in un infinito tempo senza tempo. E che dovevo cercare di essere più brava e più intelligente. E dovevo togliermi certi grilli dalla testa. E dovevo dire 10 Ave Maria per farmi perdonare quella bislacca attitudine a domandare. Mi lasciava lì in ginocchio a pregare la Madonna mentre lui a ridosso dell’altare beveva il sangue di Cristo. Che gli piaceva proprio tanto il sangue di Cristo, denso e corposo dentro il calice d’argento, con certe proprietà miracolose che gli restituivano un gran sorriso, più grande e più autentico di quello che sapeva stampargli in volto la fede. Forse di là era così. Era come quel sorriso esterrefatto. Era rosso come le sue gote. Rosso come il suo naso. Rosso come per sempre. Ma poi un giorno la Lina, la moglie di Attilio, venne a piangere da mia nonna. Non si dava pace perché aveva saputo che trasferivano Don Silvio in una parrocchia lontana e lei non aveva la macchina per andare a trovarlo. Una specie di punizione pareva,  perché aveva dato fondo a quasi tutto il sangue di Cristo. Troppo zelo evidentemente ci aveva messo nell’esercizio della sua funzione. E piangeva e piangeva mentre raccontava che nella sagrestia ogni pomeriggio alla stessa ora, per due anni interi, lei aveva visto Dio in persona. Che le mani di Don Silvio erano quelle di un Dio portatore di felicità ebbra e sovrumana. E i singhiozzi le strozzavano quasi il respiro. E i suoi occhi rossi mi convincevano ogni istante di più che per sempre non poteva essere nemmeno quel rosso di cui avevo fantasticato ingannando la noia delle preghiere. Mia nonna si scomponeva solo per scuotere la testa. Mi guardava dritto negli occhi e scuoteva la testa, con lentezza misurata. Come ad annunciare che per sempre non esiste. Perché annega. Ogni volta. Nel fondo. Di uno stesso. Lamento. Di donna.

 

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