Sino al 9 maggio 2026, la galleria Raffaella Cortese presenta nella sua sede di Albisola “Noises from a Distant Shore”, nuovo progetto installativo di Michel Fliri (Tubre, 1978).
Noises from a Distant Shore: il significato della riva lontana
Una riva lontana può diventare simbolo dell’Altro, dell’ignoto, di ciò che si sottrae allo sguardo e resiste alla possibilità di essere pienamente conosciuto. È un’immagine che appartiene tanto al paesaggio quanto alla psiche: uno spazio di proiezione e, allo stesso tempo, di perdita. I suoni evocano l’esistenza di una connessione, ma fragile, incerta, incapace di definirsi stabilmente. Ciò che emerge è una forma di nostalgia per qualcosa che continua a ritirarsi, a differire la propria presenza, rimanendo in una condizione liminale tra apparizione e scomparsa.
La ricerca artistica di Michel Fliri: metamorfosi tra fisico e metafisico
È all’interno di questa soglia percettiva e concettuale che si inscrive la ricerca di Fliri, il cui lavoro si configura come una costante metamorfosi, capace di evocare simultaneamente una dimensione fisica e metafisica. La sua pratica si colloca in un territorio instabile, sempre in bilico tra astrazione e figurazione, tra impressione retinica e immediata traduzione espressiva. Identità, dualità e trasformazione costituiscono il nucleo tematico attorno al quale ruota la sua poetica.

Il processo scultoreo: Lego, plexiglass e costruzione dell’immagine
Questo processo trova una sua articolazione concreta nel metodo di lavoro dell’artista, che prende avvio da un approccio dichiaratamente scultoreo, radicato nella materialità e nel gesto manuale. Il punto di partenza è la costruzione di modelli fisici, realizzati in questo caso con mattoncini Lego. Questo materiale, associato a una logica modulare e costruttiva, richiama formalmente le tessere musive del Lungomare degli Artisti, introducendo una riflessione sulla relazione tra frammento e totalità, tra unità minima e immagine complessiva.
Fliri costruisce la silhouette del proprio volto, trasformando la propria identità in una matrice fisica. Da questa struttura vengono ricavate sottili lastre in plexiglass trasparente, superfici che non rappresentano direttamente l’immagine, ma ne conservano la traccia negativa. La luce diventa allora uno strumento operativo fondamentale: attraversando queste forme, genera una proiezione immateriale fatta di chiaro e scuro. All’interno del volume viene inoltre introdotto un liquido, capace di alterare la propagazione luminosa e di produrre una rifrazione unica, rendendo l’immagine instabile, mobile, continuamente soggetta a variazioni.
Dalla luce alla materia: fotografia e fresatura CNC nel lavoro di Fliri
L’immagine luminosa risultante viene fissata fotograficamente, segnando un primo passaggio cruciale: la traduzione dalla materia all’immaterialità dell’immagine. Ma questa dinamica non si esaurisce nella dimensione fotografica. I dati dell’immagine vengono infatti trasferiti a una fresatrice CNC per legno, che restituisce nuovamente l’immagine sotto forma di materia. Ciò che era luce torna a essere corpo. Le aree più luminose si trasformano in superfici in rilievo, mentre quelle più scure diventano profondità, cavità, assenze.

Il concetto di traduzione tra medium nella pratica di Michel Fliri
Questo movimento continuo tra materializzazione e smaterializzazione costituisce il nucleo concettuale della ricerca di Fliri. Il suo lavoro si fonda sull’idea di traduzione come processo trasformativo, interrogando ciò che accade quando un’immagine migra da un medium a un altro. Ogni passaggio implica inevitabilmente una perdita, ma anche una generazione. L’immagine non è mai identica a sé stessa, ma emerge come risultato di una serie di trasposizioni, di scarti, di differenze.
Identità e molteplicità: la silhouette del volto come spazio percettivo
All’interno della silhouette della testa, un elemento introduce una frattura significativa. Non vi sono due sole aperture per gli occhi, come ci si aspetterebbe, ma una molteplicità di fori. Questa scelta destabilizza l’idea di identità come unità coerente e indivisibile. Il volto non è più il luogo di una soggettività stabile, ma diventa una superficie attraversata da una pluralità di possibilità percettive.
Il volto come territorio instabile tra presenza e assenza
In questo senso, l’identità non appare come un dato originario, ma come il risultato di un processo continuo di costruzione e trasformazione. Il lavoro di Fliri non produce semplicemente immagini, ma rende visibile il processo attraverso cui esse prendono forma, mettendo in scena la loro natura instabile e processuale.
Tra luce e materia, tra corpo e immagine, tra individuale e universale, il volto si trasforma così in un territorio aperto, un campo di forze in cui l’identità rimane plurale, mobile, irriducibile. Una presenza che, come una riva lontana, continua a esistere nella tensione tra ciò che appare e ciò che si sottrae.

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Cover story: Micheal Fliri, Noises from a Distant Shore, 2026. Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese. Photo: Gianluca Gottardo









