Inaugura martedì 14 aprile alle ore 21, presso il Calisto Café di Vailate (CR) la mostra fotografica Il silenzio invece, con opere di Francesco Ferri, Serena Toffetti e Pierpaolo De Angelis. L’esposizione, visibile sino al 3 maggio 2026, è accompagnata da un testo critico di Cristiano Poletti: una riflessione lirica sull’immagine fotografica, che trasforma il medium in dispositivo di conoscenza interiore e di accesso al mistero.
Il silenzio invece, Cristiano Poletti
Psiche o anima, pneuma o spirito, silenzio, setaccio, sono questi gli strumenti in gioco.
Noi che sappiamo poco dobbiamo prestar fede al sentire. Per esempio, che la preghiera viene dal buio, è qualcosa non che sappiamo ma che sentiamo. Lo stesso avviene per un amore che sta per nascere o per finire. O un calcio di rigore: che ci spiazzerà, mica possiamo prevederlo, ma possiamo senz’altro presagirlo.
Per questa ragione occorre stare nell’inno della vita e dell’errore, fotosensibili e nostalgici.
Una “posizione” del genere, più legata appunto all’avvertire che al pensare, sarebbe però del tutto vana se in sé non custodisse un segreto, una musica, il suono del mistero.
E il mistero sembra annodarsi per intero in un semplice, breve giro di domande: le fotografie parlano? Si muovono forse? Hanno un suono? Sì.

In uno splendido documentario su Andrej Tarkovskij, realizzato dal figlio e intitolato Il cinema come preghiera, dalla voce del regista sentiamo dire che «l’arte è sempre in stretta relazione con il dovere principale dell’uomo, ossia quello di “servire”. Servire, in effetti, è il principio di relazione fondamentale dell’umanità».
Ora, il lavoro fotografico d’insieme qui esposto serve: serve a entrare esattamente nel mistero che ciascuna fotografia incarna e nel mistero che noi stessi incarniamo.
I ritratti sono creature, che devono essere incontrate. Perché vogliono parlarci, soprattutto vogliono parlare con noi di noi. Esse est percipi, ossia: “L’Essere è essere percepito”, secondo il filosofo George Berkeley. Potremmo dire che gli oggetti, e i soggetti (non c’è differenza), esistono solo in quanto percepiti da qualcun altro. L’Atman, il Sé, è lo spirito della visione, e quindi dire “io sono” è un atto di coraggio che nulla ha a che fare con l’ego, tutt’altro: se il Sé conosce la quiete e si riconosce, in coscienza conosce Dio, cercandone i segni e l’essenza proprio in relazione con gli altri.
Nei ritratti, il bianco e il nero non sono uno contro l’altro ma uno nell’altro: il bianco diventa così uno scavo del nero, una scultura del nero. Bianco: colore del silenzio. Nero: colore del non-nato e dell’eterno.
Ecco, nei giorni che ci sono dati cerchiamo di compiere il tentativo di “scolpire il tempo”, giusto per prendere di nuovo in prestito le parole di Tarkovskij. I giorni, semplicemente: il campo per tutti e per ciascuno dove tornare a conoscere, a riconoscere quello che già sappiamo. E noi ruotiamo, ruotiamo, dominati dalla figura del cerchio e dalla legge del ritorno. Molto ci scappa di mano, anche se proviamo a trattenerlo, e scopriamo in ogni punto di partenza la coincidenza col punto di arrivo; ogni nuova traiettoria riporta a sé, finisce col ricongiungersi. Gira che ti rigira, eccoci sempre qua. Viviamo un racconto fatto di cose piccole e allo stesso tempo cosmiche, è un piccolo viaggio in cui linee e dettagli sembrano in rapporto col senso del dovere…

È la strada della gioia forse, che curva: ha forse questa forma l’impermanenza, è il “tornante” del tempo.
Le radici, le radici: sono le interminabili estati dell’infanzia, i lunghi pomeriggi, l’ovatta degli inverni andati, il regno bianco dell’antica nebbia perduta; e ancora: autunni e primavere desiderati nella mente. In un quadro come questo, il tempo chiaramente emerge nella sua massima dilatazione, gonfiato dalle proiezioni del passato. Del resto, l’onirico è il sottoscala della mente, il luogo più nascosto e misterioso che abitiamo. “Il giorno è vita e la notte è materia”, recita magnificamente una delle Upanishad: nella materia della notte i giorni si fondono, nel sognante la magia del sonno chiama a sé immagini che vanno e tornano dal cuore alla mente e ci porta continuamente in giro tra i mondi e le età. Quando l’onirico è in volo, possiamo andare ovunque, ben sopra il pensiero, fin quasi a “toccare” l’infinito racchiuso in noi esseri finiti.
Noi, le nostre vite, le immagini, le parole… “Tenebra”, “grazia”, “timore”: queste e altre parole sono preziosissime e dimenticate. Perché le abbiamo buttate nel cestino del disuso?
Veniamo da tanto silenzio per dire una parola, una parola che sia vera…
Veniamo da troppe parole prima di fare finalmente silenzio…
Mentre le parole sono al vento, il silenzio invece è qualcosa di fermo, e ci riguarda sempre: in silentio et in spe erit fortitudo vestra (Isaia, 30, 15).
Perciò occorre setacciare le parole, sceglierne alcune, le migliori, e custodirle.
Così per le immagini, così le fotografie.
Per chiudere, un tuffo nella modernità. Risale esattamente a un secolo fa questo mirabile passaggio di Francis Scott Fitzgerald da Il grande Gatsby: «Solo vento fra gli alberi, che scuoteva i fili della luce e faceva spegnere e accendere di nuovo le luci come se la casa strizzasse l’occhio nelle tenebre».
Forse, alla fine, quello che cerchiamo non è qui: possiamo solo sognarlo e tentare di dargli forma.
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Cover story: © Serena Toffetti, Rocco, 2021










