La galleria The Address presenta, a partire dall’11 aprile nella sua sede di Brescia (Via Felice Cavallotti 5), la mostra Mi fa pensare a…, un dialogo inedito tra Marion Baruch (Timișoara, 1929) e Leonardo Meoni (Firenze, 1994). Il progetto espositivo mette in relazione due pratiche differenti attraverso un confronto diretto: da un lato la ricerca storica e stratificata di Baruch, dall’altro lo sguardo analitico e sperimentale di Meoni, che presenta una serie di lavori concepiti per l’occasione come risposta e, al tempo stesso, come indagine sull’opera dell’artista romena.
L’esposizione nasce da un processo di osservazione e astrazione. Meoni si avvicina al lavoro di Baruch individuandone le tensioni formali e i principi compositivi, per poi tradurli in una nuova grammatica visiva. Le opere si dispongono nello spazio come forze in equilibrio, attivando un gioco sottile tra gravità e sospensione, che rimanda alla dimensione più essenziale della pittura. Dall’incontro emerge una forza dinamica e poetica: un intreccio di prospettive in cui il linguaggio concettuale diventa terreno comune di sperimentazione. Le opere invitano lo spettatore a un’esperienza percettiva in cui le forme sembrano affiorare e mutare sotto lo sguardo, aprendo uno spazio mentale dedicato alla visione e all’immaginazione.

La vita di Baruch attraversa interamente il “secolo breve”, portandola a confrontarsi con le contraddizioni e gli orrori dei regimi totalitari, tra guerra e deportazioni. Fin dall’infanzia, il disegno rappresenta per lei una forma di resistenza e consolazione, praticato quotidianamente anche durante l’esilio nelle campagne romene. Dopo la formazione all’Accademia di Bucarest e alla Bezalel Academy of Arts and Design, si trasferisce a Roma a metà degli anni Cinquanta, per poi stabilirsi definitivamente a Gallarate negli anni Settanta. Qui, in un contesto fortemente legato all’industria tessile, sviluppa una parte fondamentale della propria ricerca, interrotta solo dal periodo parigino (1993–2010), durante il quale si dedica anche a progetti di arte relazionale. Dopo aver esplorato scultura, performance e happening, dal 2012 concentra la propria indagine sui lacerti di tessuto, divenuti il fulcro della sua pratica. “Per me il tessile è qualcosa che vive e palpita: ne percepisco il respiro, un flusso continuo che coincide con quello dell’intera società. Riflette la storia dell’umanità e, allo stesso tempo, la dimensione sociale del lavoro”.

Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, Meoni vive e lavora a Prato. La sua pratica si colloca in una dimensione fortemente materica e tridimensionale, sospesa tra pittura, scultura e disegno.Attraverso gesti performativi, realizza superfici monocrome in velluto segnate da tagli minimi e da sottili assorbimenti di luce. La capacità del velluto di attenuare il riflesso genera immagini ambigue, quasi fotografiche, in cui la visibilità è instabile e dipende dall’ambiente circostante. Le sue opere insistono su temi come l’ibridazione, la temporalità e la presenza fisica del gesto nel campo pittorico. Nel 2024 è stato protagonista di una personale al Museo Stefano Bardini, a cura di Sergio Risaliti, e ha presentato suoi progetti a New York e Los Angeles. Ha inoltre partecipato a importanti fiere e collettive, tra cui Artissima e Contemporary Istanbul (2025). Alla base del suo lavoro vi è una riflessione sulla materia e sul gesto: “Acquistando laghinea, il tessuto grezzo tradizionalmente usato per la pittura a olio, ho notato un pezzo di velluto. Toccandolo, ho capito quanto fosse facile disegnarci sopra: era cangiante, bellissimo, la superficie ideale per non intrappolare il movimento. Il velluto è capace di rendere visibile l’idea di ‘movimento’ che appartiene al mondo interiore dell’artista”.

Visibile sino al 31 maggio 2026, la mostra segna il terzo progetto congiunto dei due artisti con la galleria.
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Cover story: Marion Baruch, 2023. Courtesy Marion Baruch Studio, Ph. Peter Colombo









