GIOVANNI GASTEL

La luce. Assorbita, riflessa, diffusa, interagisce con tutta la materia d’intorno. Si propaga in un spazio di bellezza dai toni lirici, a velocità che pare infinita. Un luogo che vibra di suggestioni oniriche eppure così reale, pieno di tutta una vita. La luce. Anche nell’incedere sicuro delle sue parole che ripetono con lo stesso metodo degli attori quando fanno memoria: L’ombra s’addensava negli occhi delle vergini come sera a piè degli ulivi. (Giuseppe Ungaretti, L’Isola)

“Cito sempre una luce con cui ho lavorato tanto e deriva dalla sola poesia simbolista che Ungaretti abbia mai composto: L’isola. Che meravigliosa luce, che intuizione fotografica sublime. Qualcuno mi ha detto, e io concordo, che la mia è una luce di derivazione letteraria. Credo di aver avuto più impulsi creativi, per quanto riguarda la gestione della luce, dalla letteratura che dalle arti figurative.”

Un rapporto profondo con la parola scritta quello di Giovanni Gastel che si è nutrito per lo più di poesia e che è recentemente approdato in “Un eterno istante. La mia vita” l’ autobiografia edita da Mondadori Electra. Una narrazione per immagini si potrebbe dire, tante fotografie in successione rapida, non necessariamente in ordine cronologico, evocative di altrettanti momenti di una vita straordinaria.

“La mia autobiografia l’ho scritta in maniera libera, muovendo da quel caos che genera la poesia. Ho scritto il caos della mia vita, le persone che entrano e escono dal buio, che ritornano, che ripartono. La mia vita non potevo che raccontarla così, per quello che è stata, una incredibile corsa folle, così come me la ricordavo, come un atto di ringraziamento alla vita stessa e alle persone che ho incontrato. E questo ricordo miscelato di tante cose: due famiglie tanto diverse, il papà piccolo borghese, la mamma altissima aristocratica, le nonne che facevano il caffè in cucina e i camerieri di là nei saloni. Insomma tutto questo caos è stata la mia vita e questa cosa ha generato molta più poesia che letteratura.”

Una delle prime narrazioni per immagini di questa autobiografia tratteggiano i contorni di un Giovanni Gastel bambino, tre anni appena, immobile in un letto di ospedale dentro un dolore profondo e sconosciuto, circondato dall’andare e venire confuso dei medici che gli parlano di un destino ineluttabile di morte, segnato da un pancreas compromesso e incurabile. Poi la notte dell’apparizione, una persona accanto al suo letto che gli dice che lo farà guarire. Poi più nessuna malattia, i dottori increduli, incapaci di spiegare.

L’unico modo che ho di ringraziare il caso, mi son detto, è forse aderire in maniera assoluta a questo regalo che mi è stato fatto. Glorificare la vita aderendo alla vita!

“Ho vissuto quindi con una terribile accelerazione, ho fatto migliaia di cose, tutto velocemente come se mi mancasse il tempo convinto che ne avrei avuto poco di tempo e che avrei dovuto fare tutto di fretta.”

Un rapporto molto precoce con il dolore, addirittura immediato, come fosse prima profonda memoria di un bambino assolutamente consapevole della morte imminente. Lo stesso bambino che, con l’episodio della apparizione di quel frate che poi riconoscerà essere Padre Pio, si ritroverà inaspettatamente vivo.

“Lascia stare se è stato il caso, Dio, la coscienza collettiva, chiamala come vuoi, fatto sta che sono vivo e non dovevo essere vivo. Ragion per cui ho avuto sempre la percezione che questa mia vita fosse un regalo. Che non fosse la mia vita, che la mia fosse finita a tre anni. E che questa altra vita potesse essermi tolta in qualsiasi momento e quindi che dovevo ringraziare per ogni istante in più che mi veniva regalato. Per questo ho sempre accelerato tutto. Perché non sono quello che dovevo essere, sono quello che la morte e il dolore hanno fatto di me. Quindi c’è da un lato un senso di privazione per la vita che non ho avuto e dall’altro un senso di precarietà, di non totale appartenenza, per questa mia vita nuova che è stata condizionata enormemente dal dolore e dalla morte. Anche sopravvivere è difficile sai? Ti interroghi sul senso della morte di altri e della vita tua, pensi di aver un compito forse. Ma rimane dentro un legame profondo con il dolore, il mio dolore deve tornare perché mi è stato tolto. Io sento che mi è stata tolta la morte quindi sento che il dolore ha diritto a tornare nella mia vita con qualunque potenza esso voglia.”

Glorificare la vita aderendo alla vita. Glorificare la vita aderendo alla bellezza. Con la parola scritta,  con il teatro sperimentale dell’adolescenza, con la fotografia, con l’arte tutta. Modi diversi di una medesima, inarrestabile, pulsione creativa che usa la fotografia per definire il meraviglioso e la poesia per definire il profondo, il malessere che vi stagna dentro.

“Credo che ognuno di noi per esprimere una estetica debba definirsi. Quando ho cominciato a creare mi si è posto subito il problema di cosa dire. Allora ho pensato che forse devo andare molto giù, in profondità, e definirmi, proprio in una parola, dire come sono.”

Io alla fine di questo processo analitico ho trovato l’eleganza come valore morale. Essa impone comportamenti di ordine etico e su questa parola ho impostato in fondo un po’ tutta la mia vita, non solo la mia carriera.

Una vita fondata sui valori dell’etica, della morale e della rettitudine, frutto anche dell’importante contesto famigliare in cui nasce Giovanni Gastel. Per madre l’aristocraticissima Ida Visconti di Modrone che imprime una severissima educazione ai figli, quasi li prepara a morire per difendere la Patria, la Libertà, il Tricolore convinta com’era che prima o poi una forma di nazismo sarebbe in qualche modo tornato. Una donna “che non capiva neanche tanto bene il mio affanno e la ricerca della realizzazione e mi diceva – ma tu Giovanni, esattamente, lavorando cosa vorresti dimostrare? Potevi stare a Cernobbio, che ti piaceva tanto, e giocare a tennis -. Ma sai, gli aristocratici sono in quanto esistono e la Duchessa Visconti di Modrone non doveva dimostrare niente a nessuno se non a sé stessa. Io però mi chiamo Gastel.”

Per padre il borghese Giuseppe Gastel “uno che ci teneva a che le cose fossero fatte per bene, che mi aveva allevato nell’etica della borghesia di una volta, nell’etica dell’industria farmaceutica Carlo Erba, che mi aveva insegnato l’importanza del ruolo sociale e valori quali la distribuzione del lavoro.” 

Per zio un gigante, quel Luchino Visconti rivoluzionario, geniale, precursore di tutti i tempi, che guarda con attenzione vera le prime fotografie, quattro stampe in bianco e nero. Il tono serio di un adulto che parla a chi sta per farsi adulto e i commenti da allora custoditi dentro il cuore, come fossero insegnamento indelebile.

Ma per mondo un mondo che in realtà non c’era. Una giovinezza trascorsa in grandi enormi spazi, per lo più chiusi, al chiuso di grandi ville, di grandi case. E poi, aperto il cancello, oltre le chiusure, lo sguardo che tergiversa su una realtà del tutto differente fatta dell’orrore degli anni ’70, delle botte, delle bombe, dei morti per strada.

“Mi son detto: io questo mondo qui non lo capisco allora vado in cantina e creo un piccolo mondo in cui definisco le regole e definendole da me stesso forse le capirò. Ma era un piccolo mondo parallelo, era una sorta di teatro, era pantomima.”

Ho sempre preferito la pantomima della vita alla vita stessa.

Ecco allora la fotografia. Frazionare, dividere, scomporre e ricomporre in fotogrammi, frenare l’avanzata del tempo, congelando l’hic et nunc e facendo proprio l’insegnamento di Sant’Agostino quando sosteneva che bisognerebbe vivere come se ogni giorno fosse il primo e insieme l’ultimo. Con lo slancio dell’inizio e la consapevolezza della fine.

“Io ho fatto quella cosa lì, ho frammentato il tempo. Non è più un solo esercizio mentale il mio, sono davvero convinto che l’unica realtà siamo noi qui e adesso. Per me questa è la verità, quanto al resto, tutto quello che ho fatto o che farò è aleatorio. Ciò non toglie che il ricordo esista naturalmente. Ma invecchiando penso che il ricordo sia finto. Penso che il procedimento del ricordo sintetizzi il meglio e quindi ho come l’impressione che anche tutto quello che io ricordo sia un condensato delle cose migliori e che invece le peggiori siano state dimenticate.”

Ecco allora la fotografia. La pantomima. Il mondo parallelo. Operazione innaturale, violenta, astrazione assoluta quella di immobilizzare la vita, che è moto perpetuo, creando immagini bidimensionali fisse, che sono esternazione di un rapporto vago con la realtà.

“La fotografia, ma l’arte in generale, allude al reale. E’ prendere il reale e trasformarlo in astrazione, in sogno, in arte appunto. E il reale è filtrato attraverso di me, io sono il filtro di tutto quello che produco. Quindi c’è sempre anche un messaggio di me dentro di te, dentro il tuo ritratto, è il ritratto non solo tuo ma di me che guardo te.  E ogni immagine è come un messaggio nella bottiglia e ogni volta che lancio quel messaggio nell’oceano esso non mi appartiene nemmeno più, diventa dell’oceano. E chi lo leggerà lo interpreterà a suo modo, ci vedrà quello che vorrà o che potrà. A questo l’arte dovrebbe servire, a darci degli stimoli, dei momenti di riflessione, dovrebbe aiutarci a capire e a capirci. ”

Ecco allora la fotografia. Ecco l’atto di seduzione che genera l’immagine, quella immagine. Ecco lo sforzo di ridisegnare una minuscola porzione di mondo dentro il quale le cose, le persone sono luminose e perfezionate.

Un passaggio delle Sacre Scritture, il tema della Resurrezione, quando risorgeremo in corpo e spirito e il nostro corpo sarà luminoso e perfezionato. Questa cosa mi ha talmente colpito che mi son detto che avrei potuto provarci.”

Io non sono uno specchio, sono un essere vivente, quindi tu entri dentro me, io in qualche maniera elaboro l’immagine di te e te la restituisco. E cerco di restituirtela luminosa e perfezionata.

“Sono come un cacciatore di farfalle, una volta inchiodata per sempre la farfalla che ho amato lei rimane per sempre identica a sé stessa dentro il mio mondo. E nessuno la invecchierà e il tempo non la cambierà e gli occhi con cui mi guarda resteranno per sempre quegli occhi lì. E lei sedurrà me e io sedurrò lei. E io invecchierò e lei non invecchierà mai più. Ho come questa arroganza, quasi divina, di dire che tu stai dentro il mio mondo senza sfiorire, senza ammalarti, senza morire e sarai eternamente bella perché io ti ho fatta eternamente bella. Per sempre. Molto arrogante, si, me ne rendo conto.”

Eppure di tutte le accelerazioni, di questa immensa vita e delle sue parole, delle poesie scritte e delle immagini che dense e sublimi fanno da tappeto drammaturgico a tutto l’arco temporale della sua esistenza, resta dentro come un senso di autunno. Il senso di una autentica pacificazione con le cose terrene generata come da una sospensione a-temporale. Quella di chi, naufrago in terra straniera, è invecchiato raccontando del suo mondo lontano senza mai smettere, pur fedele al suo tempo, di sognare navi amiche che lo riportassero a casa.

“Ho scritto quello che dovevo scrivere, ho fotografato chi dovevo fotografare e ho amato chi dovevo amare. E ho migliaia di poesie da leggere nella mia testa che anche se mi portassero via tutto, che ne so, dovessero chiudermi in una galera, avrei sempre quelle migliaia di poesie nella mia testa. Da leggere. Con la mia mente.” 

E recita:

Approdato in questa epoca

come un naufrago

in una terra straniera

ho misurato il territorio

e ho appreso la lingua dei nativi.

Sono invecchiato

raccontando del mio mondo lontano.

Ma ancora la notte nel buio

sogno navi amiche

che mi riportino a casa.

(Giovanni Gastel, Zanzibar 2014)

Ringrazio profondamente per questa meravigliosa conversazione e per il tempo concessomi Giovanni Gastel.

E ringrazio la fotografa Elisabetta Brian per aver reso possibile questo momento e per averlo fissato, con l’obiettivo della sua macchina fotografica e con la sua sensibilità, in  queste bellissime immagini.

L’abito che indosso è di Sonja Tagliavini, La Cucitoria.

Il mio make up è stato realizzato da Gaetano Blasa.

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