GIULIA MANTOVANI, FRAMMENTI DI BUIO E DI LUCE

“La fotografia, come ogni forma d’arte, ha fatto si che emergessero aspetti che nemmeno io conoscevo di me stessa. Sono una persona molto sensibile e la mia sensibilità la manifesto così, con le foto. E sono sempre stata anche molto insicura di me e delle mie possibilità. Allora la fotografia ha aiutato, ad acquisire consapevolezza anche.”

La passione per la fotografia inizia in età molto giovane: un andare per tentativi, a scoprire, affondando nella luce cupa degli inizi, regno di buio, di misteri e tormenti. Il primo progetto vero, personale e sentito, è stato insieme alla fotografa Erika Hinegk. Un lavoro realizzato all’interno di un ex sanatorio di Verona volto a documentarne la follia e la solitudine.

“E’ stata la prima soddisfazione! Una foto pubblicata su PhotoVogue e un bel po’ di sicurezza in più. Da lì potrei dire che è iniziata la mia storia di fotografa, la determinazione a fotografare il più possibile, quasi senza sosta. Il convincimento a imparare con l’esperienza perché ho sempre pensato che più ti alleni, più impari e più diventi bravo e più scopri di te stesso. Si tratta di scattare finché non si arriva a capire dove si vuole arrivare.”

Un percorso che abbraccia la creatività in senso lato e che per questo include anche gli studi di architettura. Una concezione spaziale delle cose che alimenta il terreno della fotografia, in uno scambio vicendevole di impulsi e di stimoli.

“Impari a vedere gli spazi con occhio diverso, impari a giocare con la luce perché l’architettura alla fine è luce anche quella. E’ costruire con la luce. Alla base un conflitto interiore, perché la fotografia mi riesce bene ed è una cosa che mi rende felice però è anche difficile decidere di mollare tutto per tentare la carriera di fotografa. Meglio studiare, ho pensato, meglio conseguire comunque una laurea.”

Col passare del tempo le nubi è come se si dissolvessero per lasciare spazio a frammenti di vita, brandelli di luce. Tendono alla chiarità le cose oscure, diventano luminose, perfino sovraesposte. La tensione si muove nella direzione di una purezza dell’immagine volta a evidenziare la persona, il soggetto nella sua autenticità.

Sono sempre stata molto legata alle persone dal punto di vista fotografico, mi piace molto fare ritratti. E nonostante io voglia dedicarmi alla fotografia di moda in futuro, vorrei ugualmente far vedere le persone, far vedere la loro identità.

“E’ un obiettivo difficile, perché la fotografia non è propriamente verità, ma io non cerco mai di astrarre le persone dal proprio io nella foto, anzi, cerco di farle emergere nel modo più spontaneo possibile perché questo è quello che mi interessa. E le persone mi dicono che si riconoscono nelle mie foto. Ecco, questa cosa mi piace, mi fa stare molto bene.”

Immagini che fanno uso della tecnica, utile, importante certo, ma che lasciano spazio a spiragli di casualità, incredibili, situazioni in cui non c’è tempo di impostare la macchina fotografica, di studiare una inquadratura, una composizione. Eppure il momento, in maniera inattesa, sa restituire completamente il risultato.

“Mi è successo a Istanbul dove penso di aver scattato la mia foto più bella, tanto che mi veniva da piangere dopo lo scatto. Ero in una moschea e nella parte dedicata alle donne c’era questa sorta di divisorio bellissimo tutto intarsiato in legno e una figura che pregava, china su sé stessa, il volto coperto dal velo, sembrava stesse piangendo. In realtà stava pregando e mi ha davvero suscitato molta emozione. E’ stato l‘incontro con una cultura completamente differente, un diverso attaccamento alla religione, a un Dio, qualcosa che non avevo mai visto. E’ stata una esperienza bellissima anche perché mi ha aiutato a cambiare prospettiva, a guardare con occhi diversi senza i pregiudizi con i quali probabilmente ero partita.”

La sua luce mi ha colto che ero intatta. Nel mezzo di un paesaggio metropolitano che m’attorniava. E poi cielo e terra e colori. E libertà in forma di vestiti, in forma di ricerca. Mai stanca di guardare. Desiderosa di scoprire. La sua luce mi ha colto che ero questo.

“Il futuro? Non so bene, faccio fatica a proiettarmi nel futuro. Ma se dovessi dire mi vedrei a lavorare come fotografa di moda, questo il percorso che vorrei fare.”

Vorrei avere l’abilità di tirare fuori i sentimenti delle persone, negli occhi, nei volti, e trasportare questa sensibilità nell’ambito della fotografia di moda.

Desidero ringraziare per la cortese intervista Giulia Mantovani  – Instagram.

Per The Dummy’s Tales Giulia ha realizzato l’editoriale The Outsiders.

Foto credits Tamara Roso

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