KEN MATSUBARA, IL MONDO FLUTTUANTE

C’è nell’ artista Ken Matsubara, rappresentato dalla galleria MA2 Gallery di Tokyo, che ho incontrato per la seconda volta ad Artissima, un condensato di tutti i temi fondamentali dell’estetica giapponese: il sentimento della natura, il concetto di indefinito, le immagini del vuoto, la seduzione dell’impermanenza.

L’ho ritrovato come l’ho lasciato due anni fa, con le sue modalità delicate, allusive, assolutamente prive di qualsivoglia ridondanza. Coerente in una produzione che, sia essa fotografica, scultorea o video, è certamente ricca di riferimenti estetici ma anche di implicazioni filosofico-religiose che fanno riferimento al senso della vaporosa transitorietà di tutte le cose.

Pur nell’essenzialità delle sue forme sintetiche emerge evidente un movimento verso la contemplazione che ci restituisce la visione di una bellezza ultraterrena e fortemente spirituale. La bellezza della semplicità trasparente ed essenziale.

La sua è la pregnanza, la magia, il fascino lieve di un’arte che non è mai statica ma sempre in movimento e in tramutazione continua. Tutto il lavoro di Ken Matsubara infatti esplora il mondo fluttuante dei ricordi che risiedono nella profondità della nostra coscienza e ambisce a rivelare la natura della memoria come una forma di compenetrazione tra passato e futuro.

Ne sono una riprova le immagini che si compongono e si disfano dentro uno specchio, in uno stato di ripetizione continua, accompagnate da quella nota di struggimento appena accennata, mai pienamente esplicita, che si genera difronte alla consapevolezza del tempo che inesorabile passa. Non un atteggiamento negativo al cospetto della finitudine ma piuttosto un tentativo, esperito proprio attraverso l’indagine artistica, di abbracciare la deperibilità della realtà fenomenica.

Caratterizzante in questa ricerca anche l’esplicitazione del rapporto con la natura come uno dei capisaldi della tradizione culturale e artistica giapponese. Quel mono-no-aware, quel principio di intima armonia con l’acqua e con gli uccelli, con gli alberi e con le rocce. Con la natura tutta che ha essa stessa un’anima, che ha una sua vitalità e spiritualità, che freme e gioisce con le stagioni, che partecipa i propri stati con l’uomo.

Perfino lo spazio dell’esposizione enfatizza l’aspetto di vuoto e restituisce una sensazione di silenzio, di pace, di quiete. Non è il vuoto della tradizione occidentale, quello che ha valenza di assenza, di carenza. Qui cessa di essere un fatto avverso e si trasforma nella cornice più ideale ad accogliere queste opere che trasudano malinconia e poesia e che a tratti paiono materializzarsi da dentro un mondo onirico, fatto di sogni, di frammenti di noi, di tracce della nostra storia. Come fossero echi di altre vite vissute.

Foto di Alberto Nidola

Io indosso una creazione Elle Venturini 

Comments are closed.