STEFANIA BONATELLI

Non è un barlume che vacilla quello dentro i suoi occhi. E’ piuttosto una finestra, reale, che si illumina sul mondo, che si illumina sullo spazio dei giorni. Dolorosa ma attiva provocazione a spiare ogni minimo indizio, ogni tenue accensione. Di luce.

“La mia luce è prevalentemente quella naturale perché mi piace la sfida che impone il mezzo fotografico quando si confronta con quello che c’è, con quello che esiste. Quando fotografo le persone, ma anche gli oggetti, la macchina diventa una sorta di canale di congiunzione, una specie di protesi che non gradisce troppo la presenza di elementi esterni. Mi piace conoscere quello che fotografo, capirlo, e sento come se mi perdessi delle pulsazioni di vita quando ci sono di mezzo delle distrazioni, le luci artificiali per esempio, che in qualche modo fanno venire meno la concentrazione.”

Una Laurea in Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo – DAMS – conseguita presso l’Università di Torino, un Diploma in regia presso la Scuola d’Arte Cinematografica – SDAC – di Genova, diverse attività artistiche all’attivo, il teatro e la danza quelle privilegiate, le sue opere proiettate in vari eventi, festival e biennali in giro per il mondo, Stefania Bonatelli è una video artista e fotografa appassionata e sensibile che rifiuta la sottomissione al linguaggio dell’omologazione. Nel muoversi bruciante della vita e del vitale c’è tutto il dramma e l’energia e insieme il tono lirico di una visione esistenziale e personale conseguenza, anche, del vissuto dell’infanzia.

“I miei genitori sono mancati in un incidente stradale quando io avevo solo quattordici mesi e a quell’incidente io sono sopravvissuta. Forse si può dire che tutto è iniziato lì, intendo dire che lì è iniziato il percorso che mi ha proprio definita. Con tutte le perdite, le mancanze, i vuoti, i pieni, le lotte perse, le lotte vinte. Tutto mi ha portata a fare le scelte che ho fatto, anche a sceglierti, vedi, anche a essere seduta qui con te oggi.”

Tre anni dopo quel lutto, dopo tantissime vicissitudini a dir poco tumultuose, tra cui la separazione dalla sorella, segue l’adozione da parte di una famiglia colombiana e il trasferimento a Cali. Una permanenza lunga dieci anni che avrà delle ricadute importanti sulla sua poetica di artista, un’eco sempre presente fatta degli odori, dei colori, dei suoni di quel luogo distante eppure vicino che si affaccia sul Pacifico.

“La cosa incredibile è che io mi sento a casa quando sono lì anche se ci torno pochissimo. Mi sento a casa si, perfino il cibo ha il sapore di casa, addirittura aver comprato questa pianta è un richiamo a quel mondo. Certamente non mi sento solo colombiana, così come non mi sento solo italiana. Tutte due le cose si sono mescolate, si sono scisse, rimescolate, separate e riunite, è un tutt’uno ed è fantastico perché riesco dall’Italia a vedere le mancanze della Colombia e viceversa.”

Stefania Bonatelli, Silent Trees (2009)

Il rientro dall’America Latina è traumatico e violento, Stefania e la sorella sono minorenni e sole quando arrivano in Italia senza sapere bene cosa fare e dove andare, travolte da un dramma emotivo e legale immenso a seguito dell’abbandono da parte della famiglia adottiva.

“Se ho perdonato? Ad un certo punto arrivi a capire gli errori degli altri e per me è stato molto importante iniziare a capire i loro errori, imparare a capire la loro umanità e allora in quanto umani  – mi sono sempre detta – si può sbagliare. Certamente alcuni episodi non sono facilmente perdonabili però per me era importante il perdono e ancor di più la comprensione forse per captare ed andare oltre, forse per addentrarmi ancora di più in me stessa.

Accoglie entrambe le nipoti il nonno paterno: cuore, anima, intelligenza che traspaiono inequivocabili dalle parole di Stefania. Un uomo capace di comprensione, di dare forza e infondere coraggio. Un uomo straordinario che con il suo amore istintivo mette in atto, probabilmente in maniera inconsapevole, la ritmica articolazione delle parti e dei frammenti rimasti.

“E’ stato con lui che ho capito cos’è l’amore, l’amore vero. Quando tra i singhiozzi e facendo una fatica disperata mi confessò che se gli avessero chiesto, subito dopo l’incidente, di scegliere di tenere in vita qualcuno non avrebbe scelto suo figlio, cioè mio padre, bensì mia madre – perché mi rendevo conto che per voi sarebbe stata la cosa migliore, perché i bambini non possono stare senza la madre e perché così avrebbe voluto tuo padre – mi disse. Sentite le sue parole mi ricordo ancora di essere stata pervasa da una sensazione di circolazione che non potrò mai più dimenticare. Ho avuto chiara la sensazione che quelle frasi stessero cambiando la mia vita completamente, come una sorta di illuminazione sul senso delle cose. Quello che mi stava dicendo mio nonno era così immenso, enorme, le più grandi parole d’amore che qualcuno potesse dire a me trasmettendomi al contempo l’amore dei miei genitori e l’amore che lui provava per i suoi figli. Un’operazione a più livelli straordinaria, di una intelligenza straordinaria, quella intuitiva di un uomo che non era istruito. Da lì ho avuto la consapevolezza di non potermi concedere di mollare e questa è stata un po’ la caratteristica di tutta la mia vita. Questo è il mio destino, per ora difficilissimo ma bellissimo, a me piace. E non ho mai mollato!”

La passione per il teatro accompagna quasi tutti gli anni della formazione quando, contemporaneamente agli studi di Psicologia all’Università di Milano, si iscrive alla scuola del Teatro del Sole. E proprio grazie al teatro matura la consapevolezza di non essere interessata a stare sul palco, in vista, piuttosto dietro, dietro le quinte, quel punto privilegiato dal quale osservare gli attori. Perché osservare apre porte magnifiche sul mondo e sugli altri e dall’osservazione alla fotografia il passo è breve e di una semplicità quasi cristallina: “grazie a un amico che aveva dimenticato la macchina fotografica a casa mia e mi aveva detto: usala pure, è tua! Da quel momento l’ho sempre tenuta con me e con quella ho iniziato a ritrarre gli attori mentre facevano le prove degli spettacoli.”

Quando lascia la Facoltà di Psicologia per iscriversi al DAMS conclude il ciclo di studi laureandosi con il video artista Alessandro Amaducci. Un incontro importante che segna in un certo senso un cambio di passo nel modo di percepirsi e non solo nel modo di definirsi.

“Tu commetti un errore – mi disse in una telefonata – quando parli tu dici che ti piacerebbe essere un’artista o che un giorno forse sarai un’artista. Ma tu devi iniziare a dire da adesso che sei una video artista, che sei una fotografa. E vedrai che cambierà tutto. Ti chiedo di promettermi di farlo, promettimi di iniziare, perché tu hai qualcosa che semplicemente si deve definire così. E allora io da quell’istante ho mantenuto la promessa facendo una fatica incredibile all’inizio perché mi sembrava di essere molto presuntuosa, come a dire chi sono io per potermelo permettere ma…la parola data è la parola data! Però assecondare quella richiesta mi ha cambiata davvero, sono cambiata io, è cambiato il modo di pormi.”

Stefania Bonatelli, Anna in Confuseland (2017)

Ecco che allora inizia un periodo di fervore creativo, anni meravigliosi quelli immediatamente successivi alla laurea, anni di libertà vissuti seguendo solo ed esclusivamente il proprio ciclo vitale: lavorare, studiare, produrre, incontrare persone, uscire, viaggiare. A nutrirsi di video, di fotografia, di arte, come in un ciclo fecondo che non conosce soluzione di continuità.

“Un grande freno invece c’è stato con la nascita di mio figlio Alejandro perché avendo fatto la scelta di allevarlo da sola questo ha ovviamente compromesso una parte della mia professione. Già una madre per lavorare deve fare i salti mortali anche quando è aiutata, quando ha un compagno ed è felice… figurati per me! Non riuscivo ad andare alle mostre, lo portavo con me e piangeva perché era troppo piccolo, la mia vita non godeva più di quella libertà che mi aveva fatto essere così produttiva agli inizi. E’ stato molto faticoso e soffrivo così tanto che a un certo punto mi sono detta che forse dovevo mollare perché era troppo frustrante e ne veniva meno anche il rapporto con mio figlio. Eppure non riuscivo a mollare, se possibile il solo pensiero mi faceva soffrire ancora di più. Allora mi sono detta: devo aspettare che cresca, ogni passo che fa lui è un passo che faccio anche io. Alejandro ha dato ordine, disciplina e coraggio alla mia vita. Anche il coraggio di dire: chi se ne importa delle conoscenze mancate, delle dinamiche non assecondate! Non solo credo che l’arte non sia questo ma ancor prima credo che la vita non sia questa qui. Ci deve essere per me la verità, la sincerità, non amo i piccoli biechi gesti fatti per accaparrarsi fettine, perché poi sono delle fettine di cose. Mi fa molta tristezza.”

E adesso, e di nuovo, tutto è pervaso dalla fotografia, anche la fotografia di moda che nulla toglie all’intensità e alla sostanza delle cose. Perché significa creare bellezza, lavorare con la bellezza, alimentare sogni e desideri, dare forma a un universo in cui la fisionomia umana è seducente.

Mi diverte molto, è una sfida soprattutto quando si lavora sotto committenza perché significa capire l’altro, capire cosa vuole, dove vuole arrivare, chi è stato, chi è oggi e cosa vuole essere domani, quale è il suo gusto e la sua sensibilità, cosa lo commuove. E non è facile ma quando c’è da farlo mi piace tanto.”

Stefania Bonatelli, Pool Moon (2017)

Oggi tu sei questa? chiedo. Questa fotografia? E’ qui dentro, in queste immagini, che tutta quella molteplicità di cui dicevo all’inizio – barlume dentro gli occhi, finestra sul reale, spazio dei giorni – si riduce a unità?

“Sicuramente io sono in divenire e sento che c’è ancora molto da cambiare, sento che qualcosa nell’immagine stessa sta cambiando. Stiamo lentamente andando verso un’era che non sarà più solo fotografica, sarà anche un’altra immagine creata o fatta di più livelli, fotografica e non, perciò è tutto da capire, tutto da vedere, tutto aperto alla possibilità di farsi sorprendere. Sono stata molto affezionata all’analogico, più che altro alla mia macchina, e ho fatto fatica a passare al digitale ma poi l’ho fatto e mi è piaciuto tantissimo per cui non sarei restia a sperimentare qualunque altra cosa. Purché con quella io riesca a trovare il modo di esprimere il mio linguaggio. Mi sento in una fase della vita in cui ho un mio baricentro e anche una certa maturità ma ho sempre voglia di migliorare e di cambiare tenendomi stette le cose a cui sono affezionata ma facendole anche andare a un certo punto. Ecco, non mi piace trattenere niente e non mi piace essere trattenuta da niente. Non smetto mai di ripetere che la mia porta, sia in senso fisico che metaforico, è sempre aperta. Chi vuole andare può andare.”

Stefania Bonatelli, Maatroom - Volume Primo (2017)

Stefania Bonatelli, Medusa Collection Israel (2008)

Stefania Bonatelli, Anna in Confuseland (2017)

Desidero ringraziare per la cortese intervista Stefania Bonatelli, website –  TumblrInstagramFacebook

Foto intervista di Alberto Nidola

Abiti art259design SS/19 collection

Location courtesy of Stefania Bonatelli

 

 

 

 

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