THE DUMMY MEETS ANGELICA TRINCO

Dove si perde la vista. Dove lo sguardo non sa più arrivare. Dove gli occhi cedono il passo all’immaginazione. Dove il tempo scorre, seppur immobile. Dove lo spazio circoscrive, seppur sconfinato. E’ lì, esattamente lì, che incomincia la fotografia di Angelica Trinco. 23 anni, un breve passaggio a giurisprudenza prima di assecondare la sua vera inclinazione e iniziare gli studi alla LABA (Libera Accademia della Belle Arti di Brescia).

“Io voglio fare foto e non voglio fare niente altro. Catturo immagini da sempre che io ricordi. Fin da piccola i miei genitori mi compravano continuamente quelle macchine fotografiche usa e getta e io scattavo e scattavo senza sosta. Potrei dirti che ho centinaia di foto, di manichini e lampioni per esempio. E’ stato mio padre a trasmettermi la passione per la fotografia. Da bambina mi rifugiavo nella mansarda di casa e sfogliavo gli album di foto che lui aveva realizzato, scartando quelle in bianco e nero perché già allora mi piacevano i colori. Mio padre utilizzava la fotografia come mezzo per fare una sorta di storytelling, perciò è colpa sua se mi è rimasta dentro la propensione a ricreare per immagini le atmosfere e le sensazioni del momento che voglio fissare.”

Emergono prepotenti le emozioni in un lavoro difficile da definire, che sa di inusuale anche quando pretende di essere accostato alla fotografia di moda. Esplode, viscerale quasi, un desiderio di libertà che danza senza freni a cospetto di una natura sontuosa. Sono frammenti di storie, immagini fisse su istanti e gesti, momenti di giornate ibride, tra realtà e invenzione, in cui la figura femminile svolge sempre un ruolo centrale. Due donne si pettinano, si prendono cura l’una dell’altra. Sono colte nell’intimità dello spazzolarsi i capelli, sedute sul ciglio di una finestra aperta alla luce cristallina di un paesaggio montano. Complici e composte. Altre due si tengono per mano dando le spalle al mondo noto per consegnare speranze e aspettative a un punto di infinito. Immobili e raggianti.

Ho sempre avuto dentro questa sete di libertà. Quindi dalla rappresentazione che io faccio delle donne non può che emergere inequivocabile questa mia vocazione

“Non hanno bisogno di aiuto le persone che ritraggo nelle mie foto, sono autonome e bastevoli a sé stesse. E quando le ritraggo in coppia sono sempre due donne che si aiutano tra di loro, non necessitano di altro. La mia fotografia è popolata di legami fraterni e storie di amicizia. Ma l’amore… quello no… è un tema che non sono interessata a esplorare.”

La formazione scorre avendo come riferimento grandi maestri della fotografia quali Patrick Demarchelier o Richard Avedon e una predilezione particolare per Oliviero Toscani. “Una persona che mi piace tantissimo perché mi fa ridere un sacco. Quando l’ho conosciuto e ho sentito come parlava e quanto era arrabbiato mi ha rapita! E più guardavo le sue foto e più me ne innamoravo.”

Gli orizzonti futuri aspirano invece ai risultati di certi lavori di Sue Bryces o Lara Jane Thorpe, professioniste che sono riuscite a costruire immagini bellissime unendo esigenze commerciali e proprie inclinazioni artistiche. “Io non so se mai arriverò ai loro livelli però è quello che mi piacerebbe fare: unire arte e lavoro, visone poetica e esigenze di mercato.”

E’ un rapporto totalitario quello di Angelica con la fotografia che si porta dietro una felicità piena e irrazionale che tutto travolge, anche i sentimenti, anche le persone, il più delle volte incapaci a reggere il confronto. Gli altri tendono a mettere confini e Trento, la sua città, pare più un luogo di costrizione che di ispirazione, il regno delle cose piccole. E capisci che il suo desiderio di libertà diventa fisico perfino, che ha bisogno di abitare un luogo che non è solo quello delle immagini. Un luogo vero. E lo devi solo assecondare, specie quando senza esitazione ti racconta che vorrebbe vivere nell’anonimato di una metropoli immensa aggirandosi ubriaca di felicità per strade che la ignorano.

Se c’è un momento in cui ho capito di essere una fotografa? Direi ogni volta che vedo una mia foto pubblicata su cartaceo e mi viene da piangere. E’ una emozione talmente forte, mi rende talmente felice, che altro nella mia vita non vorrei fare. Anche se i momenti difficili non mancano, quelli in cui mi viene voglia di mollare tutto e non vedere più niente e nessuno, nemmeno la fotografia. Ma poi, alla fine, mi convinco che ce la farò.”

Desidero ringraziare per la cortese intervista la fotografa Angelica Trinco.

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