NON CHIAMATEMI MAESTRO

Vibra l’emozione sul palco mentre scorre davanti agli occhi uno degli Album di Corrado d’Elia. Fotografie, istantanee, su Giorgio Strehler questa volta, sul maestro che tutta la vita ha dedicato all’esercizio dell’arte teatrale. Nella intensa interpretazione di Corrado, con la stessa potenza l’Io diventa Noi, il singolare si declina al plurale e il racconto di un uomo diventa pretesto per il racconto dell’umano. Potenza del teatro.

Pur essendo stato un maestro indiretto che ho osservato lavorare, di cui sono andato a vedere gli spettacoli, e li ho letti e riletti, ascoltati e mi ci sono identificato, Strehler è un mio punto di riferimento estetico. Un uomo passionale, di una passionalità spesso brutale, ridondante, dirompente perfino. Faceva un teatro che in qualche modo possiamo dire di sentimento, un teatro partecipato che ovviamente io sento molto vicino. Un teatro che teneva comunque conto di un linguaggio adatto al pubblico e non si limitava ad allestimenti spesso freddi che sono forse diventati la cifra di un contemporaneo che utilizza l’estetica nel senso contrario al suo significato. L’estetica è l’arte di saper esprimere il sentimento (questo il suo significato etimologico). In realtà oggi associamo l’estetica a qualcosa di lontano e formale. Io no. Io racconto di Strehler in maniera emotiva, disordinata anche. E in realtà lo faccio per parlare di teatro, del nostro mestiere, per parlare di quello che per me è importante: cioè l’umano. Strehler ha spesso scritto dell’umanità del teatro. E noi di Teatro Libero addirittura abbiamo voluto intitolare la stagione a questo, sottolinenando che qui dentro stiamo compiendo infiniti atti di amore.”

Così scriveva Giorgio Strehler mentre inaugurava il Piccolo Teatro di Milano, spazi ancora freddi, che suonavano male. Siamo dentro questo teatro, scriveva, come in una nave, come in un’arca e tutti insieme stiamo dando il massimo con lo scopo di restituire Mozart. Non stiamo alla fine facendo teatro, stiamo compiendo immensi atti d’amore. Questo negli intenti il senso dello spettacolo di Corrado d’Elia. Trasmettere la passione attraverso un teatro appassionato, teatro del sogno si potrebbe definire se questo significa trascendere la dimensione del reale e raccontare la contemporaneità attraverso la lente del poeta. E così recita il racconto in una scenografia ridotta all’essenziale, in cui l’unico elemento è il teatro, su di un palco che solo lontanamente intende evocare gli spettacoli del maestro, Elvira e la passione teatrale per esempio, a piedi scalzi, il pubblico accanto.

“Questa è una mia scrittura a partire dai testi di Strehler, ispirata ai suoi scritti. Lui era una sorta di grafomane, scriveva sempre, scriveva a tutti, anche ai morti, a Mozart per esempio. In questo era la sua pulsione vitale. E’ stato anche un personaggio controverso, complicato, ma come ha detto giustamente qualcuno che ha lavorato con lui era importante avere pazienza. Perché quando stai vicino a una grande personalità da un momento all’altro può succedere qualcosa che ti illumina la strada. Oggi la pazienza, anche in teatro, si è un po’ perduta. Stentiamo a riconoscere le personalità, a vedere le anime. Tendiamo ad appiattire tutto.”

Una riflessione sul teatro tutto, che non vuole avvitarsi sulle questioni inerenti il teatro bello o brutto, l’estetica del teatro, i movimenti nel teatro o la forma del teatro. Una azione di non teatro si potrebbe dire che aspira a avvicinare la gente al teatro. Attraverso l’emozione, che rende viva e pulsante ancor oggi questa pratica.

Dove finisce il teatro e dove comincia la vita? Difficile da dire. Sento che il teatro mi porta, non so dove sono esattamente, se in quel momento faccio teatro oppure no. Il teatro mi ha sempre potato e  mi ha portato verso i luoghi e verso le persone. Il teatro è l’ispirazione prima, la spinta mi vien da pensare. Strehler diceva: faccio teatro forse perché io non so davvero fare altro. E’ una risposta semplice, ma una risposta piena.”

Alla fine è il teatro. E’ la passione. E’ l’amore. Che ci muove alla cura, all’azione, al desiderio, alla fatica, all’intelligenza. Perché occuparsi del teatro è occuparsi della vita. E’ veder riflessi sé stessi, i propri desideri, le proprie grandezze e le proprie miserie, i propri slanci, i propri cambiamenti. Il teatro è, oggi più che mai, un avamposto di civiltà. E per questo il teatro deve essere. Sempre.

Desidero ringraziare per la cortese intervista Corrado d’Elia, a Teatro Libero  di Milano con “Non chiamatemi maestro” fino al 30 settembre 2015. Progetto e regia di Corrado d’Elia, fotografie Angelo Redaelli, scenografia e grafica Andrea Finizio e Chiara Salvucci, produzione Teatro Libero www.teatrolibero.it.

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