José Carlos Martinat. Ruinophilia: archeologie di un presente politico

Ruinophilia è la prima personale italiana di José Carlos Martinat (Lima, 1974) ospitata da SECCI a Milano sino al 21 novembre 2026. Curato da Marco Scotini, il progetto costituisce il terzo appuntamento di NOVO, ciclo espositivo avviato lo scorso anno e preceduto dalle mostre di Doruntina Kastrati e Omar Mismar. Il titolo offre immediatamente una chiave di accesso al lavoro.  La “rovina” alla quale Martinat fa riferimento non coincide soltanto con il rudere, con il resto archeologico che sopravvive alla scomparsa di un edificio. Nella sua doppia accezione, il termine ha anche il significato di bassezza, degradazione morale e corruzione, aprendo così la rovina a una dimensione non soltanto materiale, ma anche politica e sociale. Esattamente il territorio in cui si inscrive la ricerca dell’artista. Propaganda, proteste, contrapposizioni ideologiche, violenza istituzionale,  crisi della rappresentanza, polarizzazione e progressiva distanza tra istituzioni e società civile, costituiscono il nucleo tematico di una pratica che da anni indaga l’inarrestabile colonizzazione della res publica da parte degli interessi privati e l’erosione progressiva delle strutture democratiche. 

“Il nostro programma — spiega Eduardo Secci, fondatore dell’omonima galleria — procede sostanzialmente lungo due traiettorie. Da una parte c’è il lavoro storico, attraverso il quale riscopriamo e rappresentiamo archivi e artisti come Giò Pomodoro, Michel Parmentier, Concetto Pozzati o Marco Tirelli; dall’altra ci sono interessi più legati alla ricerca politica e concettuale. Per questo ho invitato Marco Scotini a curare una serie di progetti all’interno di quello che considero il nostro spazio di ricerca, NOVO, che in toscano, ricollegandomi alle mie origini, significa ‘nuovo’. Lavoriamo con José Carlos Martinat da quasi dieci anni e insieme abbiamo realizzato molti progetti esterni, ma questa è la sua prima personale in galleria. Ho sempre amato del suo lavoro l’importanza attribuita ai segni e alla simbologia, ma anche un suo lato che definirei quasi pop e che mi fa pensare a Rauschenberg”.

Il fulcro della mostra si articola intorno alle cosiddette wall extractions, che l’autore sviluppa a partire dalle elezioni presidenziali peruviane del 2021. L’artista interviene su muri di Perù e Venezuela e, attraverso una tecnica derivata dallo strappo dell’affresco, ne preleva la superficie — e con essa immagini, slogan, scritte, cancellazioni — per trasferirla altrove. Simboli già esistenti e socialmente attivi vengono ricontestualizzati in quella che potrebbe essere definita come una vera e propria indagine sulla semiotica del potere. Ecco allora comparire il logo della Croce Rossa peruviana rimosso da un edificio abbandonato, o una grande anguria, riferimento all’agricoltura del Paese, ma anche, a diversa latitudine, simbolo dell’identità, della resistenza e della solidarietà palestinese. “La cosa interessante — osserva Secci — è che Martinat lascia sempre visibile anche il retro di queste opere. E il retro possiede a sua volta una storia: può contenere un altro simbolo o addirittura un’altra immagine. I muri sono luoghi nei quali si stratificano momenti storici differenti. In un lavoro, per esempio, il simbolo di un partito di estrema destra è stato vandalizzato con la falce e martello. Gli opposti finiscono così per convivere sulla stessa superficie”.

Alla medesima logica del prelievo è riconducibile anche la componente scultorea di Ruinophilia. L’artista agisce di notte su monumenti o superfici architettoniche rivestendoli con sottilissime lamine metalliche che ne registrano la morfologia. Una volta rimossa, questa sorta di pelle metallica conserva l’impronta tridimensionale della porzione di monumento sulla quale è stata modellata.  Privata della gravità fisica, che è parte del suo dispositivo auto celebrativo, la statuaria conserva soltanto l’epidermide di sé stessa, trasformandosi in un involucro fragile che invita a riflettere su come il potere costruisca e occupi lo spazio urbano attraverso immagini e forme. In vari punti della galleria, collegate a Internet, alcune stampanti interrogano il web ponendo domande prestabilite e producendo periodicamente risposte scritte su piccoli fogli di carta che cadono come pioggia sul pavimento. Contestualmente, un megafono in movimento posto su un binario che percorre i quattro lati di uno degli ambienti espositivi, si attiva a intervalli regolari diffondendo discorsi costruiti a partire da materiali selezionati dall’artista e rielaborati attraverso un sistema programmato.

“Does sociopolitical ruin originate in those who hold power, or in the values that society reproduces?”, si chiede, e soprattutto ci chiede, Martinat. La rovina sociopolitica nasce nello spazio di reciprocità tra chi esercita il potere e la società che quel potere rende possibile. La corruzione può originarsi e consolidarsi nelle istituzioni, soprattutto quando il potere è privo di contrappesi, ma diventa sistemica quando penetra nella trama sociale e ciò che dovrebbe costituire un’anomalia viene progressivamente normalizzato e assorbito come prassi. In questa prospettiva, il declino non è più, e non è solo, appannaggio esclusivo delle classi dirigenti, ma riguarda anche la capacità di una società di riconoscere, tollerare e infine riprodurre i valori e i comportamenti che lo rendono possibile. E la mostra non fa che ricordarcelo. 

José Carlos Martinat: Ruinophilia: Archaeologies of a Political Present

Ruinophilia is José Carlos Martinat‘s (b.1974, Lima) first Italian solo show, presented by SECCI in Milan through November 21, 2026. Curated by Marco Scotini, the project is the third installment of NOVO, an exhibition series launched last year with previous exhibitions by Doruntina Kastrati and Omar Mismar. The title immediately offers a key to understanding the work. The “ruin” to which Martinat refers is not merely a derelict structure or the archaeological remains of a demolished building. The term also signifies baseness, moral degradation, and corruption, opening up the concept of ruin to dimensions that are not only material, but also political and social. This is precisely the terrain on which the artist’s exploration is situated. The thematic core of Martinat’s practice, which has for years investigated the relentless colonization of the res publica by private interests and the gradual erosion of democratic structures, consists of propaganda, protests, ideological conflicts, institutional violence, a crisis of representation, polarization, and the growing distance between institutions and civil society. 

“Our program essentially follows two paths,” explains Eduardo Secci, founder of the eponymous gallery. On the one hand, we rediscover and showcase historical work, including archives and artists such as Giò Pomodoro, Michel Parmentier, Concetto Pozzati, and Marco Tirelli. On the other hand, we explore interests more closely tied to political and conceptual research. That’s why I invited Marco Scotini to curate a series of projects within our research space, NOVO. In Tuscan, NOVO means ‘new,’ connecting me to my roots. We’ve been working with José Carlos Martinat for nearly ten years and have carried out many external projects together, but this is his first solo exhibition at the gallery. I’ve always loved the importance he places on signs and symbolism in his work. I’d also describe him as having a side that’s almost pop, reminiscent of Rauschenberg.”

The centerpiece of the exhibition is the so-called “wall extractions,” a technique the artist developed in response to the 2021 Peruvian presidential election. Using a technique derived from the removal of frescoes, the artist intervenes on walls in Peru and Venezuela and extracts the surface, along with images, slogans, inscriptions, and erasures, to transfer them elsewhere. These pre-existing, socially significant symbols are then recontextualized, offering a genuine investigation into the semiotics of power. We see this in the logo of the Peruvian Red Cross removed from an abandoned building and in a large watermelon, which references the country’s agriculture but also symbolizes Palestinian identity, resistance, and solidarity in a different context. Secci observes, “The interesting thing is that Martinat always leaves the back of these works visible as well. The back has its own story and may contain another symbol or image. Walls are places where different historical moments are layered. In one piece, for instance, the symbol of a far-right party was defaced with a hammer and sickle. Opposites thus end up coexisting on the same surface.”

The sculptural element of Ruinophilia also stems from the same extraction logic. At night, the artist works on monuments or architectural surfaces, covering them with extremely thin metal sheets that trace their morphology. Once removed, this metallic skin retains the three-dimensional imprint of the monument’s surface onto which it was molded. Stripped of physical gravity, which is part of its self-celebratory mechanism, the sculpture retains only its “epidermis,” transforming into a fragile shell that invites reflection on how power constructs and occupies urban space through images and forms. Throughout the gallery, Internet-connected printers query the web with predetermined questions and periodically produce written responses on small sheets of paper that fall like rain onto the floor. Meanwhile, a moving megaphone on a track around one of the exhibition spaces activates at regular intervals to broadcast speeches constructed from materials selected by the artist and reworked through a programmed system.

“Does sociopolitical ruin originate in those who hold power, or in the values that society reproduces?” Martinat asks—and, above all, asks us. Sociopolitical ruin arises in the space of reciprocity between those who exercise power and the society that makes that power possible. Corruption can originate within institutions, especially when power lacks checks and balances. However, it becomes systemic when it penetrates the social fabric. What should be an anomaly gradually becomes normalized and absorbed as standard practice. From this perspective, decline is not merely the exclusive domain of the ruling classes but also a reflection of a society’s ability to recognize, tolerate, and reproduce the values and behaviors that enable it. The exhibition serves to remind us of this. 
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Installation views, José Carlos Martinat, Milano, 2026. Ph Stefano Maniero. Courtesy the Artist and SECCI. 

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