Per Giovanni Chiaramonte (Varese, 1948 – Milano, 2023), tra i protagonisti della fotografia italiana contemporanea, la luce non rappresenta soltanto la condizione necessaria alla formazione dell’immagine, ma costituisce un principio conoscitivo capace di rivelare la natura delle cose e il mistero della loro esistenza. È su questo presupposto teorico che si sviluppa Alight, la mostra ospitata da Viasaterna a Milano sino all’11 dicembre 2026. Curata da Luca Fiore in collaborazione con Archivi Giovanni Chiaramonte, l’esposizione riunisce 75 fotografie, alcune inedite, che ripercorrono oltre venticinque anni di una ricerca che ha incessantemente indagato il rapporto tra luce e ombra, creazione e rappresentazione. La riflessione di Chiaramonte affonda le proprie radici nella tradizione teologica cristiana e, in particolare, nella concezione agostiniana secondo cui il male non possiede una propria sostanza, ma coincide con l’assenza del bene, così come l’oscurità è privazione della luce. Il riferimento fondamentale è il racconto biblico della Genesi, nel quale la luce costituisce il primo atto della creazione. Fotografare significa allora riconoscere nel visibile le tracce di un ordine originario, che si svela, grazie all’utilizzo del medium, nel rapporto tra realtà materiale e dimensione trascendente.

Esposta in questa occasione, per la prima volta nella sua totalità, c’è la serie Creazione/Neon realizzata nel 1975 e presentata nello stesso anno alla Galleria d’Arte Moderna di Modena. Durante un viaggio in autobus, in una sera piovosa, Chiaramonte rimane colpito dall’apparizione di un’enorme palma luminosa al neon. Da quell’incontro nasce una sequenza di immagini che isolano, contro fondali completamente neri, dettagli di insegne colorate raffiguranti elementi naturali e oggetti della vita quotidiana. Realizzate attraverso un teleobiettivo e originariamente stampate in Cibachrome da diapositive 35 mm, queste fotografie trasformano i segni luminosi in presenze sospese nell’oscurità. Ma la loro apparente vitalità nasconde, secondo l’autore, una contraddizione in termini dato che si tratta di immagini artificiali, prodotte da una civiltà che ha smarrito il rapporto con il mistero dell’esistenza. Un’inquietudine che Chiaramonte condivide con il registra russo Andrej Tarkovskij, convinto anche lui che l’immagine non debba spiegare o esaurire il reale, ma piuttosto custodirne l’enigma, lasciando emergere, attraverso la materia, il tempo e la luce, una dimensione spirituale. Se è vero che l’uomo contemporaneo è sempre meno disposto a lasciarsi sorprendere da ciò che è inspiegabile, è altrettanto vero che la fotografia di Chiaramonte approda alla convinzione che il suo ruolo non debba ridursi al solo fabbricare simulacri del mondo. Dopo tre anni di profonda crisi, il fotografo sviluppa un linguaggio riconoscibile, caratterizzato dall’impiego del colore, del medio formato e di composizioni nelle quali lo spazio si apre a una lenta contemplazione. Un approccio chiaramente rinvenibile nella sezione centrale della mostra, che raccoglie immagini provenienti da Paesaggio italiano, Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce.Esposte in dittici e trittici, le fotografie restituiscono paesaggi e architetture nei quali la luce rivela le forme senza annullare le ombre. Significativa l’immagine realizzata dall’interno dell’orco nel Parco dei Mostri di Bomarzo, accostata a un autoritratto inedito in cui Chiaramonte cristallizza la propria ombra. Inevitabile il riferimento al mito della caverna di Platone, agli strani prigionieri che null’altro vedono se non le proprie ombre, quelle che il fuoco riflette dianzi ad essi nel fondo della caverna.

Il percorso culmina nelle tredici fotografie della serie Di-Stanze,realizzate nel 2001 a Villa Panza a Varese, dove il confronto con Dan Flavin, uno dei maggiori esponenti del Minimalismo americano, assume un significato inatteso. Visitando le scuderie che ospitano le installazioni luminose dell’artista, Chiaramonte nota piccoli fori nelle pareti. Interrogato sulla loro funzione, Giuseppe Panza risponde scherzosamente che permettono ai visitatori, eventualmente oppressi dagli ambienti, di guardare all’esterno. Insospettito, il fotografo esamina l’edificio e scopre che le finestre sono state oscurate con specchi. Comprende così che quelle stanze possono funzionare come autentiche camere oscure. Chiede allora di spegnere i neon. Attraverso il minuscolo foro, la luce proveniente dall’esterno proietta sulla parete opposta l’immagine capovolta del paesaggio. Un fenomeno elementare che riconduce l’esperienza alla genealogia stessa della fotografia. E così, all’interno di un’installazione minimalista concepita attorno alla luce artificiale, Chiaramonte ritrova il principio ottico originario del proprio linguaggio, ma ritrova anche la possibilità di meravigliarsi davanti a un evento semplice e inaspettato. La mostra si conclude con le opere dedicate agli ambienti di Robert Irwin, James Turrell e Maria Nordman. In particolare, il sottile taglio luminoso della Varese Room (1976) di Nordman richiama la linea di luce che apriva La Creazione, stabilendo una continuità ideale tra l’esordio e la maturità della ricerca dell’autore.

Alight è una felice esortazione, fatta per immagini, a ritirarsi in sé stessi. “Perché – ci ricorda Marco Aurelio – in nessun altro luogo si ritira l’uomo con più tranquillità e con meno brighe che nell’anima sua; massimamente chi ci ha dentro tanto alti oggetti di contemplazione che il solo affacciarsi a loro procaccia tosto ogni sorta di agevolezza. Quando dico agevolezza, non voglio dir altro che buon ordine. Concedi adunque sovente a te questo ritiro e rinnovella quivi te stesso (IV, 3).”
Credits: Installation view of Alight by Giovanni Chiaramonte. Ph. Eduardo De Matteis, courtesy Viasaterna
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Giovanni Chiaramonte. Alight
A cura di Luca Fiore, in collaborazione con Archivi Giovanni Chiaramonte
Viasaterna, via Giacomo Leopardi 32, Milano
6 ottobre – 11 dicembre 2026









