Sangue mestruale e lacrime maschili diventano strumenti di riflessione sulle convenzioni sociali e sulla vulnerabilità. “Even, Sometimes”, la prima personale dell’artista australiana nella galleria milanese, a cura di Matteo Pacini, riunisce due progetti che interrogano il rapporto tra corpo, identità e condizionamenti culturali.

Artista visiva e arteterapeuta, Virginia Ryan (Echuca, Australia, 1956) si esprime attraverso la pittura, la fotografia, il collage, l’installazione e il linguaggio tessile. La sua esperienza tra Australia, Europa, Africa, Brasile e India ha alimentato una ricerca sulla memoria collettiva, la persistenza dei miti e la trasformazione dei materiali. Stabilitasi a Trevi, in Umbria, dove ha creato una casa-studio con archivio, laboratorio e spazio espositivo, Ryan concepisce l’arte come rielaborazione di esperienze culturali.
I due progetti presentati in questa occasione, Even Goddesses Bleed Sometimes ed Even Men Cry Sometimes, sono legati da una riflessione comune sul tema della vulnerabilità e sulle diverse forme di controllo sociale esercitate tanto sul corpo femminile quanto su quello maschile. Sangue mestruale e lacrime diventano così strumenti per interrogare le convenzioni culturali che stabiliscono ciò che può essere mostrato e ciò che invecedeve rimanere nascosto. “Il corpo che si fa materia prima. Non più soggetto o immagine da rappresentare ma sostanza da attraversare, cucire, tradurre”, scrive il curatore Pacini nel testo critico che accompagna la mostra, definendo i due progetti “fratelli più che complementari, poiché legati da un’unica domanda sui tabù e sulla vulnerabilità, su ciò che ai corpi maschili e femminili è stato storicamente consentito, o negato, di mostrare”.

Even Goddesses Bleed Sometimes nasce dalla lettura del raccontoThe Goddess Who Has Periods, contenuto nel testo antropologico indiano Rituals and Temples of Kerala di K. R. Vaidyanathan (1982), e indaga il sangue mestruale, a lungo associato a impurità, vergogna e interdizione. Durante una residenza a Tasara, nel Kerala, l’artista ha collaborato con gruppi di ricamatrici di Calicut, trasformando il ricamo in uno strumento per restituire visibilità a un’esperienza del corpo femminile rimossa dalla rappresentazione pubblica. Il progetto prosegue una riflessione avviata nel 2013 con la partecipazione a Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco, ideato da Manuela De Leonardis. La riflessione trova inoltre precedenti nella storia dell’arte, tra cui, come ricorda Pacini, “Red Flag” (1971) di Judy Chicago, fotolitografia che mostra una donna mentre rimuove un tampone mestruale.
Se nel primo progetto il corpo femminile è chiamato a confrontarsi con la rimozione di un’esperienza fisiologica, nel secondo è il corpo maschile a misurarsi con l’interdizione di un’espressione emotiva. Il passaggio dal sangue alle lacrime non segna dunque un cambiamento di prospettiva, ma ne rivela la continuità. In entrambi i casi, Ryan indaga i meccanismi culturali attraverso cui la vulnerabilità viene disciplinata, trasformando ciò che è stato storicamente associato alla vergogna o alla debolezza in una possibilità di autorappresentazione. È in questa simmetria, più concettuale che formale, che si si sviluppa il dialogo tra le diverse opere. Even Men Cry Sometimes prende avvio dalle lacrime di Cristo raffigurate nel dipinto “Cristo Re dei Re” (1495) di Benedetto Bonfigli. L’immagine testimonia, secondo Pacini, “un dolore che la tradizione iconografica cristiana riconosce al divino ma che la cultura patriarcale ha per secoli negato agli uomini comuni”.

Ma si potrebbe citare anche “I’m Too Sad to Tell You” (1971) di Bas Jan Ader, che si filma mentre piange senza spiegare l’origine del dolore. Ryan sviluppa il tema attraverso una pratica partecipativa, invitando uomini uomini a lei vicini, amici e non, in diverse parti del mondo a inviarle una cartolina sull’ultima volta in cui hanno pianto. Le testimonianze formano un archivio aperto e mettono in discussione gli stereotipi della mascolinità fondati su autocontrollo, durezza e repressione emotiva. A collegare le due serie è il gesto, inteso come possibilità di dare forma a ciò che viene rimosso. Scrittura, ricamo e testimonianza costruiscono una narrazione collettiva in cui il corpo assume una dimensione politica e relazionale. “Resi inseparabili dalla mano che traccia, scrive e cuce, gesto e immagine si stratificano in un cortocircuito tra sangue, lacrime e scrittura”, sottolinea il curatore.
La mostra coincide con il terzo anniversario di Spazio HASITA, fondato nel 2023 da Haluk Terzioglu nel quartiere milanese di NoLo, all’interno di un’ex bottega storica di via Venini. la galleriapromuove l’incontro tra arte, design e culture differenti, con particolare attenzione alle pratiche capaci di dialogare con la comunità e con le questioni sociali contemporanee.
Cover story: Virginia Ryan, Even Men Cry Sometimes, 2026
___________
Virginia Ryan. Even, Sometimes
A cura di Matteo Pacini
Spazio HASITA, Via Venini 58, Milano
17 ottobre – 18 dicembre 2026
Orari: martedì–sabato, 15.00–19.00, e su appuntamento.









