L’altro che abito. Da Viasaterna un viaggio nelle molte forme del sé

Chi diventiamo nel momento in cui veniamo osservati? E quanto di ciò che crediamo di essere nasce davvero da noi, mentre il resto prende forma attraverso gli sguardi altrui, gli ambienti che frequentiamo, gli oggetti che ci accompagnano e le rappresentazioni che produciamo? Muove da questi interrogativi la collettiva dal titolo Laltro che abitopresentata negli spazi di Viasaterna a Milano dal 9 giugno al 25 settembre 2026. La mostra riunisce sette autori appartenenti a generazioni e sensibilità differenti  – Marion Baruch, Elisabetta Catalano, Martina Ferrari, Teresa Giannico, Guido Guidi, Camilla Gurgone e Luca Massaro – accomunati dall’interesse verso una soggettività mobile, relazionale e in costante trasformazione.

Il progetto espositivo si sviluppa come una conversazione tra archivi storici e sperimentazioni contemporanee, tra pratiche analogiche e linguaggi digitali. Ne emerge una costellazione di lavori che indagano il modo in cui la percezione di sé si costruisce e si modifica, ridefinendosi nel tempo. Presenza e assenza, memoria e invenzione, esperienza concreta e costruzione simbolica convivono in una dimensione fluida che sfugge a qualsiasi classificazione.

Elisabetta Catalano: oltre la dimensione documentaria

Tra i nuclei della rassegna spiccano gli scatti di Elisabetta Catalano (Roma, 1944 – 2015), protagonista della cultura visiva italiana del secondo Novecento. Nei lavori dedicati alla performance e a figure come Alighiero Boetti, Eliseo Mattiacci e Pino Pascali, l’obiettivo non si limita a registrare una presenza ma contribuisce a plasmarne la percezione. Specchi, duplicazioni e relazioni sceniche trasformano ogni inquadratura in un territorio di confronto tra chi guarda e chi viene guardato. I protagonisti delle sue opere sembrano sottrarsi a ogni definizione univoca, immersi nel fervore creativo che ha caratterizzato la stagione delle avanguardie italiane tra gli anni Sessanta e Settanta.

Marion Baruch: il corpo, labito e lo spazio urbano

Un differente approccio emerge invece dalla ricerca di Marion Baruch (Timisora, 1929). Al centro della sua riflessione vi è il rapporto tra individuo, abito e spazio urbano. Esposte ci sono le fotografie che documentano l’azione realizzata a Milano nel 1969 con l’Abito-Contenitore, ideato insieme ad A.G. Fronzoni.Attraversando via Montenapoleone avvolta in questa struttura tessile, Baruch modifica radicalmente il modo in cui la figura umana viene percepita nel contesto cittadino. Il vestito si trasforma in confine, rifugio e vincolo allo stesso tempo, suggerendo come la costruzione della personalità passi inevitabilmente attraverso elementi esterni che scegliamo di abitare.

Marion Baruch + AG Fronzoni, Abito -Contenitore, 1971-2023, opera fotografica di Gianni Berengo Gardin, stampa ai sali d’argento, © Gianni Berengo Gardin, Fondazione Forma per la Fotografia, courtesy Viasaterna

Guido Guidi e la fotografia come osservazione del reale

Lo sguardo di Guido Guidi (Cesena, 1941) si concentra invece su ciò che abitualmente resta ai margini dell’attenzione. Protagonisti delle sue vedute non sono gesti eclatanti né costruzioni artificiose, ma dettagli apparentemente ordinari, un vocabolario visivo preciso e riconoscibile, che dà valore agli eventi più semplici della vita quotidiana. La giovane sarta ritratta accanto agli strumenti del proprio mestiere, così come il padre colto durante la lettura del quotidiano, diventano presenze evocate attraverso piccoli indizi. Una postura, un movimento, una traccia lasciata nel paesaggio domestico sono sufficienti a suggerire una storia. Nella poetica del fotografo romagnolo l’incontro con l’altro passa attraverso l’attenzione verso ciò che solitamente viene ignorato.

Teresa Giannico tra fotografia e intelligenza artificiale

Teresa Giannico (Bari, 1985) affronta invece il rapporto tra rappresentazione e intelligenza artificiale. Nei lavori della serie Dealing with Daily Photographs, volti recuperati online vengono modificati attraverso interventi pittorici, sovrapposizioni e successive riprese. Sulle superfici compaiono parole generate dai sistemi algoritmici, rendendo visibili meccanismi normalmente invisibili. Le fisionomie non raccontano più soltanto chi è raffigurato, ma rivelano anche le logiche di selezione che regolano la circolazione dei contenuti nell’ecosistema digitale contemporaneo.

Teresa Giannico, Dealing with Daily Photographs – Feb 07 2025, stampa su carta cotone, courtesy Viasaterna 

Luca Massaro e il tema del doppio nella fotografia contemporanea

Anche la ricerca di Luca Massaro (Reggio Emilia, 1991) ruota attorno all’idea di moltiplicazione e slittamento. Testi, riferimenti culturali e materiale iconografico vengono continuamente ricombinati, dando vita a racconti sospesi tra confessione personale e invenzione narrativa. Il risultato è una riflessione sul carattere mutevole dell’esperienza individuale, sempre in bilico tra dimensione privata e costruzione pubblica.

Le nuove generazioni: Camilla Gurgone e Martina Ferrari

Le generazioni più giovani ampliano ulteriormente questo discorso. Camilla Gurgone (Lucca, 1997) intreccia segno grafico, parola e contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale in superfici stratificate dove convivono elementi permanenti e tracce destinate a scomparire. Il confronto con la tecnologia genera nuove possibilità interpretative e trasforma la macchina in uno specchio inatteso attraverso cui osservare la propria interiorità.

Dal canto suo, Martina Ferrari (Biella, 2002) sceglie invece il paesaggio come luogo di fusione e dissolvenza. Nelle sue opere la figura umana si confonde con ghiacciai e formazioni rocciose fino a diventare quasi impercettibile. La presenza emerge lentamente dalla materia naturale e altrettanto lentamente vi ritorna, evocando il confronto tra la fragilità dell’esistenza e la profondità del tempo geologico.

Martina Ferrari, Gli uomini non ne sapranno nulla (mi sono svegliata in un altro corpo), 2026, stampa a getto d’inchiostro su carta Hahnemühle German Etching, courtesy Viasaterna 

Una riflessione sullidentità contemporanea

Attraverso linguaggi differenti e prospettive complementari, L’altro che abito costruisce una riflessione sorprendentemente attuale sulla definizione del sé nell’epoca della sovrapproduzione visiva. Le opere raccolte da Viasaterna suggeriscono che non esista una versione definitiva della nostra persona, ma una pluralità di possibilità continuamente modellate dagli incontri, dai contesti, dalle tecnologie e dalle relazioni che compongono la nostra vita quotidiana. Forse è proprio in questo spazio di continua negoziazione che prende forma quell’ “altro” evocato dal titolo della mostra: una presenza mutevole che ci accompagna, ci trasforma e continua a ridefinire il nostro modo di stare nel mondo.


Cover story: Luca Massaro, Twin sisters, 2018, stampa inkjet, courtesy Viasaterna

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