Fondato da Caterina Faenza, architetta milanese con una decennale esperienza nel settore tessile, CROMATICAMILANO ripensa il concetto di maglieria con un approccio responsabile ed ecologico. Materie prime organiche certificate, maestria artigianale, eccellenza qualitativa del Made in Italy dialogano con forme geometriche genderless e dall’estetica a-temporale. Al centro della ricerca, l’uso del colore come leitmotif di tutte le collezioni. Rosso, giallo, arancio, blu, organizzano lo spazio del vestire e rafforzano un messaggio che, prima di essere cosmetico, si impone come manifesto identitario.
Caterina, vorrei cominciare proprio dal tema del colore, che gioca un ruolo cruciale nel tuo lavoro.
Il colore è sempre stato qualcosa di profondamente radicato nel mio modo di percepire il mondo. Ho sempre identificato le persone attraverso i colori, ricordando, ancor prima del loro nome, il colore che a loro associavo. Da bambina dipingevo continuamente, disegnavo case, immaginavo spazi, per questo l’architettura mi è sembrata la scelta più coerente e l’ho studiata con enorme passione. Al Politecnico di Milano ho scelto un percorso molto rigoroso, quasi ingegneristico. Mi interessava la scuola dell’architettura legata al razionalismo milanese, alla storia della città e alla cultura del progetto. Ho avuto professori straordinari, appartenenti a quella tradizione che poneva al centro il metodo progettuale e il rigore della disciplina.
Come ti sei avvicinata all’industria tessile?
Durante gli anni dell’università ho avuto l’opportunità di svolgere un’esperienza professionale nel campo tessile. Lavoravo sulle grafiche, sulla scelta delle palette cromatiche e sulle prove di stampa. Nel 2006 durante un viaggio in India, un episodio cambiò completamente il mio modo di guardare il sistema produttivo: colori scaricati nei fiumi, persone immerse negli acidi di fissaggio, condizioni di lavoro e impatti ambientali che fino a quel momento non avevo realmente compreso mi misero difronte alla realtà manifatturiera del tessile, soprattutto quando delocalizzato.

È da quella presa di coscienza che è nata l’idea di costruire un progetto etico?
Esattamente. Tornata dall’India ho iniziato a interrogarmi sul rapporto tra Occidente, Oriente, industria tessile e ambiente. Ho compreso che esisteva un enorme problema ambientale, ma soprattutto sociale. Da quel momento ho iniziato a studiare le questioni legate alla sostenibilità. Contemporaneamente capii che ciò che realmente mi interessava era il mondo dell’artigianato. Approfondendo la storia del settore, mi apparve evidente che l’unica strada coerente fosse lavorare con l’artigianato italiano. Non avevo alcuna intenzione di delocalizzare la produzione né di appoggiarmi ad altre tradizioni manifatturiere. Oggi lavoro quasi esclusivamente con piccole realtà, spesso con donne che gestiscono imprese individuali, talvolta affiancate ancora dalle madri che realizzano manualmente dettagli come le asole. Sono mestieri destinati purtroppo a scomparire.
Perché hai scelto proprio la maglieria?
La scelta è stata per certi versi ingenua, certamente molto istintiva. Cercavo uno spazio che fosse completamente mio, nel quale poter esprimere la mia poetica senza condizionamenti. Solo successivamente ho realizzato quanto quella decisione fosse coerente con il mio pensiero. La maglieria mi ha permesso di combinare l’artigianato italiano con la produzione etica e una dimensione progettuale molto vicina alla mia formazione di architetta. Riguardo quest’ultima, disegno ogni maglia con AutoCAD, realizzando tavole tecniche quotate, layer, misure e costruzioni geometriche, esattamente come farei per un progetto architettonico. Essendo approdata alla moda senza aver seguito un percorso tradizionale, non ho assorbito il suo linguaggio, le sue convenzioni o i suoi strumenti.
Qual è il punto di partenza di ogni collezione?
Fin dall’inizio avevo un’ambizione molto precisa: costruire una sorta di “indice essenziale” del guardaroba. Sono profondamente anticonsumista e mi sono sempre chiesta di quali capi una persona avesse realmente bisogno nella vita quotidiana. L’idea era individuare pochi elementi fondamentali, direi archetipici. Per questo, da quasi vent’anni, continuo a riproporre gli stessi modelli. Riparto sempre dagli elementi più basilari: il cardigan, la maglia, il pullover. Su queste forme intervengo con variazioni continue, ma senza mai abbandonare la struttura originaria. Anche le trasformazioni seguono una logica progettuale, sono variazioni geometriche, non stilistiche. Non parto mai dalla domanda “come veste?” oppure “come valorizza il corpo?”. Mi interessa piuttosto capire come una forma possa evolvere mantenendo intatta la propria identità.

Come descriveresti la relazione che il tuo progetto instaura con il corpo?
È un rapporto molto particolare. Io penso al corpo in maniera completamente trasversale. Non mi interessa distinguere tra uomo, donna, bambino, età o fisicità. Quello che mi interessa davvero è uscire dalle categorie di genere e età anagrafica. Alla base del mio lavoro c’è un sistema modulare fatto di forme geometriche elementari: rettangoli, coni, moduli. Tutto nasce da queste strutture essenziali, che poi vengono sviluppate attraverso lunghezze, proporzioni, aperture, presenza o assenza delle maniche. Il corpo entra in relazione con queste forme in maniera libera e ogni persona le abita secondo la propria personalità. Il corpo, nel mio lavoro, diventa quasi un’entità astratta.
L’altro elemento cruciale è costituito dal colore, vera e propria cifra identitaria del progetto.
Assolutamente sì, è attraverso il colore che una persona manifesta la propria identità. Questa, però, è anche la parte più difficile da comunicare, perché la maggior parte delle persone non è più abituata a pensare ai colori in maniera disinvolta. Quando i clienti mi chiedono: “Come mi sta questo colore?”, io faccio fatica a rispondere perché non guardo mai un capo in relazione alla silhouette o all’effetto estetico sul corpo. La domanda che mi pongo è completamente diversa: “Chi diventi tu dentro questo colore?”. Io vedo le persone attraverso relazioni cromatiche e trovo interessanti tanto le armonie sottili quanto le combinazioni apparentemente dissonanti. Ragionare secondo una logica quasi matematico-percettiva produce una bellezza inattesa.
Come hai affrontato l’ingresso nel sistema della moda e della commercializzazione?
Un marchio di moda nasce con un preciso progetto imprenditoriale e con una strategia commerciale ben definita. Non è stato il mio caso. Sono entrata nel tessile per motivazioni etiche, ma mi sono resa subito conto che chi lavora in questo settore tende inevitabilmente a ragionare secondo schemi consolidati, regole molto precise, sia dal punto di vista creativo che commerciale. Ho capito presto che in un sistema produttivo i volumi sono fondamentali, perché se non raggiungi determinati quantitativi i costi aumentano e diventa quasi impossibile sostenere l’attività. Così ho iniziato anche io a partecipare a fiere come White Milano e, per un certo periodo, sono stata presente in boutique importanti come Biffi, Banner e Chicchi Ginepri a Milano, Tessabit a Como e altri negozi in altre città italiane, oltre che all’estero.

Questa distanza dal sistema moda sembra attraversare ogni aspetto del tuo lavoro.
È esattamente così. C’è sempre stato uno scollamento tra il mio modo di pensare e la cornice dentro la quale mi muovo. Non mi riconosco completamente nei processi creativi della moda, né nei suoi modelli produttivi, né nelle logiche commerciali. Da questa distanza è nata una storia molto particolare, la mia. Non direi unica, perché esistono moltissimi artigiani, designer e artisti straordinari che percorrono strade autonome. Tuttavia, col tempo, ho capito che il mio obiettivo era soprattutto quello di emanciparmi da quel sistema, più che cercare di adattarmi ad esso.
Oggi come si sviluppa la relazione con il pubblico?
Dopo diverse esperienze sono approdata in questo spazio in via Broggi 13 a Milano. Da sempre ho lavorato in studi/showroom aperti su appuntamento. Avevo difficoltà a mantenere orari regolari, anche perché la mia vita familiare ha inevitabilmente influenzato il lavoro. Ho due figlie e per molti anni la mia priorità è stata accompagnarle nella crescita. Quando ho trovato questa location, ho avuto la sensazione che fosse il luogo giusto, un luogo capace di ospitare anche altre storie artigiane, costruendo una piccola comunità di persone accomunate dalla stessa sensibilità. Oggi la vendita avviene principalmente qui, attraverso un rapporto diretto con i clienti.
Al di là del prodotto, quale idea di abbigliamento e di rapporto con il vestire vorresti trasmettere?
Per molto tempo CROMATICAMILANO è stata una ricerca profondamente interiore. Adesso sento il bisogno di aprirla agli altri. L’idea dell’”indice essenziale”, che ha guidato tutto il mio lavoro, nasce proprio dal desiderio di parlare a tutti. Vorrei che le persone si interrogassero su ciò che indossano, comprendessero che l’abbigliamento non produce soltanto un impatto ambientale, ma anche un immaginario culturale. Ogni capo racconta, in fondo, un modo di abitare il mondo.
Ph. © Meltem Ayça Bozdağ
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