La mostra di Valerio Eliogabalo Torrisi a spazioSERRA
Dal 7 giugno al 3 luglio 2026, spazioSERRA ospita alla stazione Milano Lancetti “Ma è moralmente molto importante”, personale di Valerio Eliogabalo Torrisi (Catania, 1993) a cura del collettivoSERRA e Salvatore Cristofaro. Il progetto si inserisce nella stagione espositiva Co-Presence is a Passing Gesture, un programma che riflette sul ruolo dell’arte pubblica come esperienza relazionale, in cui anche la presenza occasionale dei passanti contribuisce a definire il significato dell’opera.
L’inaugurazione è prevista domenica 7 giugno alle ore 18 con una performance che costituisce il nucleo stesso del lavoro. Torrisi mette in scena una condizione di attesa continua e irrisolta, trasformandola in una riflessione sulla condizione queer all’interno di sistemi di riconoscimento ancora incompleti. In ginocchio, nella postura di uno sposo che aspetta, l’artista interpreta una forma di non-azione carica di tensione: il corpo resta fermo nell’aspettativa di un cambiamento che non arriva mai, diventando metafora dell’immobilità politica e sociale che ne ostacola il compimento.
L’allestimento richiama volutamente l’immaginario di una cerimonia nuziale. Fiori freschi e decorazioni evocano l’idea del matrimonio e della piena realizzazione della coppia, ma la performance ne svela al tempo stesso l’inaccessibilità. I fiori assumono un ruolo centrale anche sul piano temporale dato che nessuno interverrà per conservarli e il loro progressivo deterioramento scandirà la durata dell’opera. La trasformazione della materia vegetale diventa così immagine di desideri aspirazionali che resistono nel tempo ma che, senza un riconoscimento concreto, rischiano di consumarsi lentamente, lasciando spazio alla frustrazione e alla rassegnazione.
Il titolo del progetto riprende una frase pronunciata da una coppia omosessuale intervistata nel 1978 all’interno de “L’amore in Italia”, l’inchiesta televisiva di Luigi Comencini trasmessa dalla Rai. I due uomini descrivevano il loro matrimonio come privo di valore legale ma, appunto, “moralmente molto importante”. Rendere pubblica la loro unione, nonostante l’assenza di una legittimazione istituzionale, rappresentava allora un gesto profondamente politico.

INTERVISTA ALL’ARTISTA
La stazione Lancetti è un “non luogo” per dirla con Augé, dove le persone passano senza creare legami duraturi o senso di appartenenza. In che modo questo ambiente ha influenzato il progetto?
“Ma è moralmente molto importante” nasce e ha senso solo se inserito in uno spazio come quello di spazioSERRA. Per sua conformazione, ogni giorno, negli orari di punta ma anche in ogni altro momento, qualcuno abita la stazione Lancetti, la attraversa. Anche io farò un attraversamento dello spazio della stazione, anche se solo parziale, per posizionarmi all’interno dell’ottagono di vetro. Lì la mia azione può considerarsi conclusa. Non ci sarà nessun’altra attivazione, solo immobilismo. Abiterò lo spazio con nessun movimento, con la sola presenza e con lo sguardo. Lo sguardo sarà fisso su chi camminerà e andrà oltre, chi correrà ai binari, chi si fermerà ad osservarmi. Sarà già uno spazio comune, per sua natura. SpazioSERRA può essere un riassunto della vita, e sembra esagerato. Se la Stazione Lancetti è un luogo che si accosta, con slancio di metafora, alla vita, spazioSERRA diventa una persona, un individuo. Un individuo ignorato, a volte osservato, altre modificato, ma immobile, mentre la vita gli scorre accanto e oltre, camminata da tutti.
La tua azione si traduce in realtà in una non-azione che mette in scena la condizione dell’attesa e dell’immobilismo ma anche la caducità della condizione umana che, come i fiori che appassiscono, non può sottrarsi alla sua finitudine. Che ruolo giocano questi concetti nella tua performance?
È vero, si potrebbe parlare della condizione umana, però io voglio portare un tema specifico, la condizione della comunità LGBTQIA+. Nel momento in cui ti rispondo a queste domande, si sono registrate 2075 vittime di omofobia dal 2013, solo in quest’anno sono state 157 (dati raccolti dal sito Omofobia.org) Non esiste una legge nazionale specifica che punisca in modo organico tutte le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere in ogni ambito della vita pubblica. E le persone muoiono, per mano propria e altrui. Un intero giardino, un’intera comunità, appassisce, proprio come i fiori che mi circonderanno e che terrò in mano. La scelta di non agire, stare in attesa, mentre la stazione vive e i fiori muoiono, è simbolica ma chiara. Nessuno interviene, né da fuori, né da dentro. I fiori, noi, appassiscono, appassiamo, ma nessuno li annaffia, li ravviva. Tutto fermo, tutto in attesa. Certo, in fondo è possibile estendere il concetto alla vita stessa e tutta la performance è vaga, aperta, non determinata.
La tua ricerca muove dalla tua esperienza personale per aprirsi poi a una dimensione collettiva, indagando il marco cosmo dell’identità e le emozioni ad essa collegate. Come convivono queste due componenti nel tuo lavoro?
Io lo dico sempre: un artista deve parlare di ciò che conosce, ha esperito. E nel momento in cui sia chiamato a parlare di qualcosa che va oltre la sua esperienza, deve entrarci prima dentro, uscire dal proprio corpo per viverne altri con altre storie. Di recente, in conversazione con un’artista, si diceva che bisogna andare oltre “le narrazioni”. Come si fa? Potrebbe mai essere possibile? L’intera vita, il mondo, è un insieme di storie. La storia è un agglomerato di storie! c’è un livello di superficie e un livello invece più profondo, quello delle emozioni. Lì sta la verità e lì si trova la chiave di connessione con le storie degli altri. Tuttə proviamo emozioni. Se parlo della scoperta dell’amore o della paura della morte, tuttə sono presi in questione.
Il tuo corpo è poetico, ma anche politico, specie in questa occasione perché accende i riflettori su una questione che ancora oggi, a quasi 50 anni da quella intervista, rimane parzialmente irrisolta. Quale contributo ritieni di poter dare come artista alla battaglia per l’affermazione dei diritti della comunità LGBTQ+?
Dovrei fare di più. Ho una responsabilità e ne sento il peso addosso, il piacere ma anche una forma di dovere. In quanto artista omosessuale, non potrei mai tirarmi indietro dal parlare di certe questioni. Alfredo Ormando dovette farsi incendio per poter essere ascoltato e visto, nel 1998. Nel 2026 Beatrice, ragazza trans di quattordici anni, si uccide. Non hanno potuto parlare più di quanto hanno fatto. Io ho un’occasione e ogni volta che questa si presenta sento il dovere, la necessità, di parlare per me e per tuttə, per chiunque debba farsi fuoco o debba farsi fantasma, per chiunque venga fatto fuoco o venga fatto fantasma. Online girava la frase “Siamo tuttə Beatrice”, ma Beatrice non voleva essere tuttə, voleva essere sé stessa.

Foto courtesy spazioSERRA









