CALIGOLA

La vita che è desiderio di tutto. La vita che non basta. La vita che nulla fa durare. La vita che nemmeno il dolore fa durare. La vita in cui gli uomini muoiono e la vita in cui gli uomini non sono felici.

Siamo in due o tre ad averlo capito in tutta la storia, dice Caligola. Due o tre che hanno realizzato una felicità così demente. Perché la felicità è questo, capire che le cose non durano.

Tratta dall’opera di Albert Camus, Corrado d’Elia porta sul palco del Teatro Litta di Milano la storia di Caligola. La storia di un imperatore folle e crudele il cui dramma interiore verte tutto sulla lotta tra coscienza individuale e potere politico. Una storia esistenzialista incentrata sui grandi temi della finitezza dell’uomo, dell’ambiguità delle sue scelte, dello smarrimento della propria identità. La storia di un personaggio complesso non solo dal punto di vista interpretativo ma complesso perché negativo, immerso una spirale di delirio, di potere, di violenza, di dolore. Eppure umano e tenero e libero quando rende manifesto un sentimento irrazionale, che esplode con forza dirompente e passione struggente. Caligola è. E respira. Mentre gli altri creano perché hanno bisogno di creare, di darsi delle forme, lui no. Lui esiste nella pienezza del suo sentire. Ed entra in scena dichiarando tutto il suo dolore, ponendo la questione del dolore come fondante, fin da subito. Dall’inizio di quell’amara e incontrovertibile realtà per cui vivere è il contrario di amare.

“Il mio Caligola arriva disarmato sul palco con Drusilla, sorella e amante, morta tra le braccia. Gli uomini muoiono, tutti muoiono e gli uomini non sono felici. Da qui partiamo, dalla morte, e improvvisamente tutto non ha più senso. Drusilla è morta, Drusilla non ci sarà mai più. A quel punto come regolarsi con la vita? Caligola prende una strada e dice: servono degli spettatori, dei colpevoli, la vita non ha senso per me, ma non ha senso in generale, quindi io posso uccidere, condannare, torturare. E’ la strada creativa del male, del distruttore e quindi del grande gioco, del grande spettacolo. Non esiste niente sopra di noi e le azioni sono tutte uguali. E’ un processo filosofico ed  è assolutamente convincente.”

E’ il potere del distruttore che non è meno del potere del costruttore. Bene e male sono due strade diverse, completamente diverse, ma seguono in qualche modo gli stessi passi. Quella del male è una strada più umida, che ha altri odori, ma una strada molto affascinante, fatta di mille sfaccettature.

“Caligola è la persona più umana e più libera di tutto l’impero, sovrano su tutti gli altri, schiavi e pavidi. Più umano perché sente così tanto, per quella sua profondità che gli altri non hanno. Gli altri vivono di normalità, di logica. Essere normali vuol dire accontentarsi. Vivere dentro la cives, nelle regole della cives, vuol dire accontentarsi. Ma Caligola non si può accontentare. Io non mi accontento dice a gran voce Caligola. Io voglio la luna, io voglio la luna, voglio l’impossibile!”

Finito e infinito. Amore e odio. Logos e Caos. Archetipi che si muovono dentro un perimetro scenografico fatto di movimento, di apparizioni e sparizioni, di vivi che stanno con i morti, di morti che muoiono e poi si rialzano. Di figure che affannate corrono rincorse da giochi cromatici di bianco e di nero, in una continua alternanza che restituisce suggestioni da optical art. A dire che le cose sono bianche e nere insieme e sul bianco si può tracciare bene il rosso del sangue. Perché la felicità infine è questo: il sangue. E’ questa logica implacabile del delitto impunito che cancella tutte le vite, tutte le altre vite.

Dentro il grande gioco cattivo e macabro di Caligola, rappresentato da un vasca di palline rosse come il sangue che armonizza il movimento plastico dei corpi, si consuma tutto il turbamento dell’animo umano. E la finitudine dell’uomo, finanche del dittatore che tutto può, destinato a morire in una notte pesante come il dolore umano.

Desidero ringraziare per la cortese intervista Corrado d’Elia al Teatro Litta di Milano con Caligola fino al 24 gennaio 2016.

Di Albert Camus –Adattamento e regia Corrado d’Elia – Assistenti alla regia Marco Brambilla e Marco Rodio – Con Corrado d’Elia, Giovanna Rossi,  Alessandro Castellucci, Andrea Bonati, Marco Brambilla, Cristina Caridi, Giovanni Carretti, Andrea Tibaldi, Gianni Quillico, Marco Rodio, Chiara Salvucci – Traduzione Franco Cuomo – Scene Fabrizio Palla – Tecnico Luci Marcello Santeramo – Tecnico audio Mario Bertasa

 Foto di scena Angelo Redaelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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