LA VERSIONE DI BENZI

di Stefano Benzi

“Quando decidi di fare questo mestiere devi solo scegliere se fare la guardia o il ladro. È un po’ come decidere il vestito che devi mettere quando vieni in ufficio: sei il direttore e ti tocca la cravatta? Slacciala un po’, togli la giacca e tira su le maniche. Il direttore qui è solo il primo degli operai”.

Erano altri tempi ed era il periodo in cui mi affacciavo al mondo dell’informazione avevo 19 anni e da allora ne sono passati trenta. Ma ho fatto di quelle parole – pronunciate dal mio primo maestro in redazione – il mio tesoro, un mantra che mi ha sorretto e accompagnato per tutto questo tempo.

Faccio il giornalista, o meglio il cronista, come amava definirmi mio padre e come preferisco considerarmi io perché non ho una grande considerazione della categoria e della sua sottospecie composta da teatranti, venduti e lacchè; da quando ho preso coscienza che sarebbe stato questo il modo in cui mi sarei guadagnato la vita ho scelto di evitare vestiti eleganti e parole forbite. Parlo come mangio; mangio male e scrivo anche peggio. Sono diretto, quasi sguaiato; non amo i fronzoli, detesto le metafore, non sopporto le citazioni dotte. I cronisti che si pongono dall’alto di uno scranno divulgando il loro conoscere come se saziassero una mandria, mi fanno venire l’orticaria. Eppure ho camminato in bilico per trenta lunghi anni su questo lungo filo che è l’informazione che è passata dalla Lettera 35 al Web 3.0 uccidendo in rapida successione telex, fax e ormai anche la posta elettronica, nel nome di guadagno e profitto.

Il pensiero ha drammaticamente perso quota nella classifica di valori di chi produce contenuto. E ancora oggi, quando mi ritrovo davanti a un progetto, a qualcosa che mi piacerebbe fare, il primo pensiero che ho è “che vestito mi metto?”

Perché se frequento la Milano – che non è nemmeno più da bere ma al massimo da assaggiare qua e là – e dunque i bar dei ‘biondini’ tutti happy hour, lounge e brunch, non sono adeguato e non ho l’abbigliamento adatto. Se invece resto la persona cresciuta con la mentalità della fabbrica e del contenuto prima di tutto sono completamente fuori dal mercato.

Trent’anni fa il problema di uno che faceva il mio mestiere, in qualsiasi settore – sportivo o meno – era solo “dare la notizia più attuale e scritta nel modo migliore”. Ora il web ha cambiato tutto: decisamente in peggio sotto l’aspetto della qualità. Tutti hanno tutto e spesso si tratta della stessa identica cosa; quello che non c’è viene copiato e incollato in barba a qualsiasi diritto di copyright, l’importante è avere la dannata parola che finisce sui motori di ricerca. Si chiama SEO: se scrivi un articolo su qualsiasi cosa che in quel momento è ricercato dal pubblico e inserisci quella dannata parola cinque o sei volte nel testo, una volta nel titolo e una nel teaser, hai qualche possibilità di entrare su Google e di essere cliccato. Se lo fai prima degli altri è meglio: indipendentemente da cosa e come scrivi. Puoi avere copiato dieci righe, esserti inventato qualsiasi cosa, avere sbagliato la traduzione del testo dal sito inglese dal quale hai preso la notizia ma se tutti in quel momento stanno cercando la notizia della farfallina tatuata di Belen sull’inguine, quello dovrai scrivere: Belen, Farfallina e Inguine, perché è quello che la gente cercherà. Il resto è secondario.

Visto che qui si parla di moda è un po’ come mettersi tutti in polo a maniche corte color lilla solo perché è l’unica cosa che la massa cerca con ostinazione ed è l’unica cosa che vuole vedere in giro.

Con il tempo ho imparato che la gente ha uno strano senso del gusto in fatto di notizie e contenuti. Viviamo in un paese dove si legge poco, dove la comprensione dell’inglese è sufficiente per meno del 10% della popolazione mentre solo il 6% è in grado di parlare un inglese assolutamente corretto.

Quello che esce dall’identikit dell’italiano medio che legge online è il quadro di un soggetto un po’ orrido e un po’ coprofago: omicidi efferati, reality show, calcio, scommesse, programmi televisivi di massa – comici, ma anche orrendi talk show che rendono lo scambio di coppia legittimo alle tre del pomeriggio, e poco altro.

È un anno che ho depositato alcuni domini e sto cercando di aprire tre siti gemelli su tre passioni diverse (lo sport, lo spettacolo e il wrestling) e un mio canale You Tube ma ancora non ho deciso che vestito mettermi. In tutto questo tempo avrei potuto scrivere la Divina Commedia ma… che vestito mi metto?

Dovrei mettermi la polo lilla; ma trent’anni di imprinting e una solida coerenza personale mi impongono la camicia con le maniche tirate su e una certa disillusione per quanto è imposto dal target.

Mi sento dannatamente inadeguato a quello che il mercato chiede e se faccio il purista, quello che scrive quello che pensa e che cerca di fare opinione, cosa che pare non interessi più a nessuno perché è più comodo biascicare la pappa già masticata da altri, rischio semplicemente di non essere letto da nessuno. Il che mi porta alla conclusione della mia digressione, che è ciò che spesso ripeto alle decine di persone che, non so per quale motivo, si ostinano a volere fare a tutti i costi questo mestiere definendolo un sogno quando l’incubo è essere pagati 0.56 euro a pezzo o non essere pagati affatto per anni.

Fai le cose per te: e non sognare di posti fissi o di mestieri che durano una vita. Improvvisati e fai quello che ti piace come ti piace farlo. Apriti un blog e cerca la tua nicchia. Tanto la massa continuerà a biascicare la solita pappa.

E io al posto della maglia lilla che va tanto di moda indosserò lo scafandro.

Foto di copertina di Ugo De Berti www.udb.it

Benzi & il suo cavallo Tigris, detto Bistecca

 

Benzi & Stephanie McMahon, proprietaria e vicepresidente della WWE (il colosso americano del wrestling)

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