THE DUMMY MEETS ALESSIO SALA

#DEFINE CANCER SURVIVOR

Non ho paura. Sento di rado la tensione. Prima di una gara è solo la concentrazione a scorrere nelle vene. Tanto più che sulla carta oggi vinco io. Perché sono più forte. Perché ho due gambe io. Lui invece ne ha una sola. Perché le mie sono allenate da chilometri e chilometri di corsa che non ha badato a caldo o gelo, sole o pioggia, felicità o tristezza. Perchè le sue, prima dell’amputazione, hanno conosciuto invece tanti letti di ospedale, ferri chirurgici e stampelle. Quindi ai blocchi di partenza non ho paura. Mi sento forte mentre lo guardo, mentre guardo Alessio Sala. E penso di aver capito tutto. E sono convinta di avere la verità in queste mie gambe. Eppure quando il tanto atteso segnale dello start rompe il silenzio che ci circonda, ecco, in quell’esatto istante le mie gambe restano inchiodate a terra. E non si muovono. Come sopraffatte da una indeterminata paura. Quella che ti prende mentre vedi un uomo pieno di coraggio e tenacia che scatta verso il traguardo. Il traguardo della vita. E ti rendi conto che non è su una pista questo andare. Questa gara, contro il tempo, contro un cronometro impietoso che se dice che sei arrivato troppo tardi non ti dà il diritto di riprovarci ancora. Fa terminare la gara. Fa terminare tutto. La prima volta che le gambe mi hanno tradita lo hanno fatto per una buona ragione. Perché io non corressi. Perché stessi seduta qui, proprio qui ai blocchi di partenza, a guardare Alessio, a studiare la sua di corsa, col mio sguardo fisso sulla scritta incisa sul retro del suo casco: Cancer Survivor. 44 anni e 26 di convivenza, “di pratica” come dice lui, con la malattia. Un mattone grigio dentro il ginocchio, una neoplasia per dirla col gergo medico, nella speranza che tanto tecnicismo non affondi un colpo dritto al cuore da lasciare senza fiato. Ma è inutile. Del tutto inutile girare intorno alla portata drammatica di un tumore. 26 anni al fianco di un inseparabile quanto indesiderato compagno di viaggio: il dolore. A volte così ferocemente acuto che

certi giorni dal calendario proprio li cancello. Diventano un quadratino nero. Sono i giorni in cui il dolore è così devastante che desidero solo di non vivere.  

Sono le 8.30 del mattino del 18 ottobre 1988 quando il tumore primario alla gamba, di dimensioni 10×20 cm, viene asportato. E insieme a quello il Prof. Virginio Zucchi asporta la gamba, dal ginocchio in giù. Così come Alessio aveva desiderato, non potendo più vivere con attaccato un corpo diventato estraneo, diventato una sorta di peso morto, una inutile appendice. Quel mattino del 18 ottobre la gamba non c’era più. E tutto doveva finire. E tutto invece doveva iniziare. Il tormento, la morfina giorno e notte, l’arto fantasma.

“Fallisce presto l’idea che tolto quel peso inutile e fastidioso avrei ricominciato di slancio”.

E inizia anche il calvario delle terapie, la chemioterapia con tutte le sue conseguenze distruttive. Appena due anni più tardi, il 18 luglio del 1990, l’ospite temibile si ripresenta sotto altra forma e il Dott. Ugo Pastorino opera Alessio di una metastasi al polmone di 9 cm di dimensione. Inoperabile secondo tutti. Operabile secondo questo giovane chirurgo di appena 16 anni più grande di Alessio, capace di trasformare una sentenza di morte in nuova speranza di vita.

“E io che credevo di aver visto il peggio con il primo intervento mi sono presto reso conto che dovevo ricominciare un’altra volta da capo. Ogni respiro era come una pugnalata sul fianco perché nell’operazione avevano dovuto fratturarmi le costole. E’ stato a questo punto della mia vita che ho iniziato un percorso di analisi con il Dott. Carlo Clerici. E’ stato lui a mettermi nelle mani diverse chiavi di lettura della malattia e mi ha aiutato ad accettarla senza mai abbassare la guardia. Perché se lo fai il cancro ti riprende”.

Sconfitta la metastasi al polmone Alessio si sente una sorta di Dio in Terra, come padrone di un mondo che sta per finire. Maltratta sé stesso, il suo corpo di sopravvissuto, l’equipe medica, convinto che vivere senza ritegno e senza freni inibitori sia, dopo tutto il suo calvario, un diritto inalienabile. Inizia il periodo dei viaggi in Africa, delle notti a Milano, delle discoteche, senza riposo, senza senso, senza progetto. Ed è solo una seconda metastasi in quello stesso polmone, annunciata da un ceffone in pieno volto del suo chirurgo, a riportarlo con i piedi per terra. Poi nel 1998 la malattia entra di nuovo nella vita di Alessio con tutta la sua forza dirompente. Come non fosse mai stanca di presentare il conto, quasi fosse un dovere ormai, e un’altra sentenza grave aleggia nelle parole dello stesso Dott. Pastorino “per me è un nuovo osteosarcoma. Bisogna intervenire al più presto!”

Il 1998 è l’anno in cui ad Alessio viene irradiata un’altra metastasi ad una vertebra lombare. Arrivata a questo punto della sua storia mi verrebbe voglia di chiuderlo questo libro, di mettere da parte il suo racconto quasi con la certezza che sia già stato scritto tutto e nulla si possa più aggiungere. Penso quasi non sia più possibile continuare a leggere, che le prossime pagine saranno solo fogli neri, senza scritte, senza parole perché incapaci di contenere un assurdo accanimento. Il nulla. Invece lo vedi sfrecciare Alessio in “una bicicletta a tre ruote che si spinge con le braccia” conosciuta nel 2010 grazie al Dott. Filippo Spreafico.

Potevo andare in bici! Un’esperienza talmente nuova che mi faceva sentire bene e mi dava l’impressione di essere normale. Per la prima volta un dolore sano, da fatica, fatica sportiva.”

E mentre lo contemplo giù in fondo a quel rettilineo, che con la sua bici a tre ruote sterza per tornare indietro, realizzo che anche la penna, nel proseguire questa storia di sorprendente rivincita, ha cambiato direzione. Ha sterzato anche lei, per inventarsi delle pagine tutte nuove. Pagine di sport: l’handbike. Pagine di vita.

Malattia e guarigione, cure oncologiche e preparazione sportiva. Due piani apparentemente inconciliabili che si rivelano invece vicini.

Primo obiettivo la Stramilano. Quindi al Mapei Center per sottoporsi al test endurance e con l’equipe medica a sua disposizione decidere il crono-programma da seguire per avvicinarsi alla prima gara della sua nuova vita di sportivo. In quell’occasione conosce Aldo Sassi il preparatore atletico che allenò Moser per il record dell’ora a Città del Messico.

“In quell’istante iniziai a sentirmi parte di un progetto concreto e meraviglioso. Uno sportivo e non più un malato di cancro.”

Nell’aprile 2010 toccò alla Milano City Marathon. Distanza doppia, una maratona vera, alla quale partecipò come unico atleta amputato a una gamba in seguito ad un tumore osseo.

“Fu difficile e senza mio fratello non ci sarei mai riuscito. Da subito ebbi dolori ovunque, bruciori, il cardiofrequenzimetro sempre fuori soglia massima. Eppure da quel giorno non mi sono più fermato, convinto che l’handbike sia lo sport giusto per me.”

Ripartono anche le mie gambe dopo che Alessio ha tagliato il traguardo, il suo più importante. E dai blocchi di partenza inizio a correre anche io verso un mio traguardo nuovo, fatto di diversa consapevolezza. Perché lo sport è anche questo. Ti insegna che quando cadi devi rialzarti perché ci sono tanti orizzonti inaspettati lì giù, oltre l’ultimo orizzonte visibile agli occhi. Tante vittorie. E dopo il più faticoso degli allenamenti che mi sia mai toccato, quello di oggi con Alessio, lo so bene anche io.

Desidero ringraziare per la cortese intervista Alessio Sala. Chi volesse leggere la storia integrale di Alessio può scaricare gratuitamente il suo libro cliccando al link qui di seguito riportato: ALESSIO SALA #SURVIVOR

Video di Pasquale Russo

Traduzione di Chris Alborghetti

THE DUMMY MEETS ALESSIO SALA #DEFINE CANCER SURVIVOR

I am not scared. I rarely feel tense. Before a race just concentration runs through the veins and on paper, today I will win because I am the best and I have two legs whereas he has just one. Furthermore, I have trained my legs hard for the race, I am talking about the miles and miles that I have covered running regardless of intense heat or cold, sun or rain, happiness or sadness. Because his legs, before being amputated met shed loads of hospital beds, surgical instruments, scalpels and crutches. Therefore I am not scared when I am at the starting block, actually I feel strong while I look at  him, while I look at Alessio Sala. I think I have understood everything and the truth lies in my legs. Nevertheless, when the starting pistol breaks the silence and gives the signal for the start of the race, at that precise instant my legs just would not move as if overcome by some fears. The sort of fear you feel when you see a man of courage who is tenacious too sprinting towards the finishing line of life and crosses it. When that happens, you realise that he is not racing on a running track because this is a race against time and a pitiless stopwatch that might say -you have arrived too late- and in this case you are not entitled to race and hence to do anything else ever again. The first time my legs failed me, they did it for one good reason, they did not want me to run but simply stay there at the starting block watching Alessio, studying his race while staring at the writing (Cancer Survivor) engraved on the rear of his helmet. He is 44 and he has lived with his illness for 26 years. As he puts “these 26 years have been years of practice”. A grey brick in his knee, a neoplasia in medical jargon, in the hope that so much technical rigidity will not become a sort of severe stroke that leaves you breathless. We cannot beat around the bush when talking about the heartrending story and sadness of a cancer. 26 years side by side an unwanted travelling companion, pain.

At times is so acute that “there are days in the calendar that I purposely score out and blank out at the same time. You know days when the pain is so severe that all I want is to die.”

It is 8.30 a.m. on 18 October 1998 when the leg cancer (size 10 x 20 cm) gets removed. On top of that, Professor Virginio Zucchi amputates the leg from the knee down as Alessio wished, since that part of his body was extraneous to himself, it was a dead weight and therefore useless. That morning, 18 October, the leg was not there anymore and everything had to come to an end. Nevertheless, everything was about to start. The torment, the morphine day and night and the phantom limb.

“I soon  realised that I had to forget about what I initially thought. Basically that without that nagging pain and annoying limb I would have started again bright-eyed and bushy-tailed.”

Actually, he started the ordeal of therapies like chemotherapy and its devastating consequences. Only two years later, on July 18, 1990, the undesirable “guest” appears again in the form of a metastatic lung cancer as large as 9 cm. Thus, Dr. Ugo Pastorino, who is a surgeon only sixteen years older than Alessio, operates on him, even though all doctors there argue that the cancer is inoperable. In doing so, Dr. Pastorino turns what appears to be an unavoidable death in a glimmer of hope.

“After the first operation I thought that the worst was over, but soon I realised that the worst was yet to come. Every breath was like a stab in the ribs, since I had to get them fractured during the operation. It was then when I started an analytical path with Dr. Carlo Clerici who found the key to a different interpretation of my illness and helped me accept it without lowering my guard though, because if you do drop it the cancer comes back to you”.

Defeated the metastatic lung cancer, Alessio feels like a million dollars as though the world was his oyster, nevertheless his world was fading away. He mistreats himself, the team of doctors and he self-abuses his surviving body since he is convinced that after the ordeal he has gone through he is entitled to live on the edge, all-bent, in other words, an unrestrained life. He sets out on a few journeys to Africa, he goes out on the tiles in Milan relentlessly. When his doctor slaps him in the face he becomes aware of his second metastatic lung cancer which brings him down to earth. Then in 1998 the severe illness becomes inexorably and once again part of Alessio’s life, as if it was written in the stars.

On top of that,  Dr. Pastorino claims “In my opinion this is another osteosarcoma. We must do something ASAP!”

In 1998 Alessio gets irradiated another metastasis in a lumbar vertebra. At that point, I thought that I should close that book, I mean the one which tells Alessio’s story since I got the feeling that everything had been already written and there was nothing else to add to it. I thought I would not be able to keep on reading as the next pages will be black pieces of paper with no words written on them for the simple fact that they could not even possibly contain such rage. Thanks to Dr. Filippo Spreafico, since 2010, Alessio shoots on a three wheel bike that he pushes with his arms to move around.

“I could ride a bike! A new experience that made me feel cool and gave me the impression to be normal. That was the first time I felt pain which was due to a healthy and sporty activity.”

And while I gaze admiringly at him on that three wheel bike at the end of that straight he veers and comes back. I realise that my pen which is writing about this surprising story, where Alessio takes his revenge on the illness, has veered too. It is craving for writing new pages, I am talking about pages of sport like the handbike and pages of life at the same time.

“The illness, the healing and recovery, the oncological theraphy and treatments, the coaching and preparation. Things that seem to be incompatible but that actually are so close.”

His first goal is to take part in the Stramilano (a popular marathon). Then to the Mapei Center in order to be subjected to an endurance test and with the team of doctors at his disposal agree on the chrono schedule to follow to get top form for the first race of his new life. It is then when he meets Aldo Sassi, the sport trainer who trained Francesco Moser (a very popular Italian former professional road bicycle racer) for the hour record that he broke in Mexico City in 1984.

“At that precise moment I realised that I was part of a marvellous project. I was no longer a man ill with cancer, rather an athlete.”

In April 2010, Alessio ran the Milano City Marathon. A double distance running marathon, in which he was the only competitor to have an amputated leg due to the bone cancer.

“It was difficult and also thanks to my brother I was able to carry it through despite difficulties. I had severe pain  all over my body which was smarting from the start of the race. The heart rate monitor said I was over the maximum threshold. Yet, I’ve  handbiked ever since. This sport suits me.”

After Alessio crosses the finishing line of the most important race, my legs move too. From the starting block I start running towards a new finishing line too, and when I cross it I will be more aware. This is also what sport is about. I mean, it teaches you to get back up again and broaden your horizons in such a way that enables you to transcend and see beyond them. Many victories, and after the most difficult of the training sessions, that of today with Alessio, I know what it means too. 

I would like to offer my special thanks and deep gratitude to Alessio Sala who gave the interview to me.

Video by Pasquale Russo

Translation by Chris Alborghetti

 

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