Dall’11 settembre all’8 novembre Galatina ospita la quinta edizione di Yeast Photo Festival. Fame, guerra, memoria, migrazione, lavoro e ritualità compongono un atlante visivo che attraverso la fotografia interroga il cibo come dispositivo politico, sociale e identitario.
Yeast Photo Festival 2026: fotografia, cibo e identità
Il cibo non è mai soltanto ciò che mangiamo. È memoria, appartenenza, lavoro, rito; racconta le geografie da cui proveniamo e quelle verso cui ci spostiamo, le possibilità economiche, le tradizioni, le disuguaglianze e i rapporti di potere. Può diventare strumento di condivisione e resistenza, ma anche misura drammatica di un conflitto. È da questa pluralità di significati che muove “A Matter of Taste”, tema della quinta edizione di Yeast Photo Festival, in programma a Galatina dall’11 settembre all’8 novembre 2026. Promosso e organizzato dalle associazioni BESAFE e On The Move, sotto la direzione artistica di Edda Fahrenhorst, con i co-direttori Veronica Nicolardi e Flavio & Frank Sabato, e sostenuto dal Comune di Galatina, il festival torna a interrogare attraverso la fotografia alcune delle questioni più urgenti del presente. Il cibo diventa il filo conduttore di una riflessione più ampia su identità, memoria, conflitti, migrazioni, trasformazioni sociali e rapporto con il territorio. Le mostre costruiscono così un atlante di storie e geografie differenti: dalla carestia nella Striscia di Gaza alla vita quotidiana nel Donbas, dalle comunità afro-messicane di Veracruz alle pescatrici iraniane del Golfo Persico, fino alla progressiva scomparsa delle aziende agricole familiari statunitensi. “Il cibo è un’espressione dell’identità, un medium culturale e un riflesso delle strutture sociali”, spiega Fahrenhorst. “La nostra dieta rivela origini, appartenenze religiose, tradizioni, possibilità economiche, e allo stesso tempo mette in luce dinamiche sociali, nei microcosmi come su scala globale”.
Saher Alghorra: Gaza tra sfollamento, fame e sofferenza
È proprio nel punto più estremo della relazione tra cibo e politica che si colloca il lavoro del fotografo palestinese Saher Alghorra, nato a Gaza City nel 1997. Vincitore del Premio Pulitzer 2026 nella categoria Breaking News e autore di un reportage sui bambini di Gaza che aveva già ricevuto una menzione d’onore all’UNICEF Photo of the Year 2024, Alghorra arriva nel Salento con “Gaza: Displacement, Hunger, Suffering”, presentato in collaborazione con Epson Germania e il festival fotografico Horizonte Zingst. Le sue fotografie raccontano la fame non attraverso l’astrazione delle statistiche, ma attraverso i corpi e i gesti quotidiani di chi ne subisce le conseguenze. Al centro ci sono soprattutto i bambini, sospesi tra sfollamento, malnutrizione e tentativi di preservare frammenti di normalità. La guerra non viene osservata dal fronte, ma attraverso i suoi soggetti più vulnerabili. Il cibo, o la sua assenza, diventa così una delle immagini più radicali della violenza esercitata sui civili.

Anastasia Taylor-Lind e Alisa Sopova: la guerra nella vita quotidiana
Prende le distanze dall’iconografia convenzionale del conflitto anche il progetto “5K from the Frontline”, della fotoreporter britannico-svedese Anastasia Taylor-Lind e della scrittrice ucraina Alisa Sopova. Da oltre dieci anni le due autrici lavorano nel Donbas, raccontando una guerra iniziata nel 2014 e progressivamente incorporata nella vita ordinaria. Nelle loro immagini il conflitto non coincide necessariamente con carri armati, esplosioni o fughe disperate. Si manifesta piuttosto in una finestra attraversata da una X di nastro adesivo, in una strada improvvisamente deserta, nel ronzio dei droni mentre qualcuno cucina, pulisce la casa, manda un messaggio o mette a letto i bambini. È una normalità perturbata, nella quale continuare a preparare un pasto può assumere il valore di un gesto di resistenza. Rendere visibile questa dimensione significa sottrarre la guerra alla distanza dello spettacolo e restituirla alla quotidianità di persone le cui abitudini non sono così diverse dalle nostre.
Koral Carballo: memoria, rituali e identità afro-messicana
Se il conflitto mette in discussione la possibilità stessa della vita ordinaria, altrove sono i rituali a permettere alle comunità di ricostruire e tramandare la propria identità. In “Memories of Tender Bonds”, la fotografa messicana Koral Carballo racconta Coyolillo, comunità afro-messicana dello Stato di Veracruz abitata dai discendenti degli schiavi africani deportati durante l’epoca coloniale. Segnata dall’abbandono istituzionale, dalla discriminazione e dalla migrazione, ogni anno la comunità celebra un carnevale che diventa esercizio collettivo della memoria e affermazione della propria origine. Carballo frequenta Coyolillo da oltre un decennio, privilegiando una pratica fotografica fondata sulla relazione prima ancora che sulla produzione delle immagini. Vincitrice del Leica Women Foto Project Award 2025 e di un grant della National Geographic Society, concepisce la fotografia come collaborazione e presenza condivisa. Il cibo, la festa e la ritualità diventano così strumenti attraverso cui una comunità continua a raccontarsi e a riconoscersi.

Pier Costantini: il cibo come memoria familiare
La memoria assume invece una dimensione intima e familiare in “Cibo” dell’italiano Pier Costantini, vincitore del Premio Yeast nell’ambito dell’Irinox Save the Food Award | MIA Photo Fair BNP Paribas 2026. Il progetto nasce dalla relazione con il padre Guerino, cresciuto nella cultura contadina del rispetto per la terra e visceralmente legato alla cucina. Nonostante il diabete, due infarti, un coma diabetico e l’amputazione di una gamba, Guerino non ha mai smesso di cucinare, conservare ricette, preparare conserve e inventare nuovi piatti. Accanto a lui compare Anna, la madre dell’autore, presenza discreta che accompagna questa storia domestica. Attraverso Polaroid imperfette, leggermente sfocate, dai colori sbiaditi e dalle luci opache, Costantini costruisce un diario nel quale il cibo diventa il linguaggio di una relazione: un archivio affettivo fatto di gesti reiterati, fragilità e ostinazione. La fotografia registra così una dimensione privata nella quale la cucina diventa spazio della memoria e della continuità.
Marco Zorzanello e “La Panarda”: il cibo come rito comunitario
Dal nucleo familiare alla dimensione comunitaria: “La Panarda” di Marco Zorzanello è il progetto dedicato all’antico rituale che ogni 16 gennaio accompagna la festa di Sant’Antonio Abate a Villavallelonga, nell’entroterra abruzzese. Un banchetto che può superare le cinquanta portate e obbedisce a una regola fondamentale: nessuno deve abbandonare la tavola e nessuno deve rimanere solo o affamato. Il fotografo segue anche il viaggio di Francis Cretarola, Catherine Lee e dello chef Andrew Wood, arrivati da Filadelfia in Abruzzo per conoscere la Panarda e riportarne lo spirito negli Stati Uniti. Il rituale diventa così qualcosa di più della conservazione di una tradizione: è un dispositivo sociale capace di attraversare l’Atlantico, ricostruire genealogie e riattivare forme di solidarietà.

“Foodprint Project”: la dieta mediterranea attraverso la fotografia
La dimensione mediterranea si amplia con “Foodprint Project”, progetto originale di Anemon Productions presentato e coprodotto per Yeast in collaborazione con Fondazione AIRC e con il supporto di Banca Popolare Pugliese. Cinque fotografi – Elena Heatherwick, Chris de Bode, Myrto Papadopoulos, Johann Clausen e Maria Contreras Coll – attraversano sette Paesi, Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Marocco, Cipro e Croazia, costruendo attraverso le immagini una ricognizione della dieta mediterranea come patrimonio culturale immateriale. Dietro ciò che oggi viene spesso ridotto a modello nutrizionale emerge un sistema di conoscenze sedimentato nei secoli, fondato sulla stagionalità, sull’austerità, sulla prossimità e sulla condivisione. Le fotografie riportano queste pratiche alle comunità di contadini e pescatori da cui hanno avuto origine, mostrando come modi di vivere antichi possano entrare in relazione con questioni contemporanee quali la perdita di biodiversità, lo spreco alimentare e il cambiamento climatico.
Forough Alaei: le pescatrici dell’isola di Hengam
È ancora il rapporto tra cibo, lavoro e sopravvivenza a guidare “Daughters of the Sea” della fotoreporter iraniana Forough Alaei. Sull’isola di Hengam, nel Golfo Persico, le pescatrici prendono il mare prima dell’alba su piccole imbarcazioni, esercitando un mestiere a lungo marginalizzato dalle narrazioni ufficiali e ostacolato tanto dalle restrizioni legali quanto dalle aspettative sociali. Alaei evita di rappresentarle esclusivamente come vittime di un sistema. Nei colori intensi degli abiti, nelle reti consumate e nell’orizzonte marino costruisce piuttosto il ritratto di donne che attraverso il lavoro definiscono autonomia, identità e ruolo all’interno delle proprie famiglie. Ma quello documentato dalla fotografa è anche un mondo fragile: l’espansione del turismo e l’abbandono dell’isola da parte delle nuove generazioni rischiano di interrompere una tradizione che lega da tempo economia, cultura e paesaggio.

Bob Miller e “The Last Generation”: la scomparsa dell’America rurale
Un processo analogo di erosione caratterizza “The Last Generation” del fotografo e filmmaker americano Bob Miller, dedicato alla progressiva scomparsa delle aziende agricole statunitensi di medie dimensioni. Dal 1948 milioni di famiglie contadine hanno lasciato l’agricoltura, producendo quel fenomeno definito hollowing out: uno svuotamento che non riguarda soltanto il sistema produttivo, ma l’intera struttura delle comunità rurali. Miller osserva soprattutto le nuove generazioni, poste di fronte alla scelta tra continuare un’eredità familiare sempre più difficile da sostenere o abbandonarla. In un momento in cui il ritorno di Donald Trump alla presidenza ha riportato al centro del discorso pubblico un’immagine idealizzata dell’America rurale, il progetto mette questa mitologia a confronto con l’esperienza concreta di agricoltori e allevatori. La fotografia sceglie qui il tempo lungo della trasformazione, registrando la scomparsa di un modello di vita e, contemporaneamente, i tentativi di reinventarlo.

Yeast Photo Festival 2026: i vincitori dell’Open Call for Curators
Ad ampliare ulteriormente il programma di Yeast Photo Festival sono i due progetti vincitori della seconda edizione dell’Open Call for Curators, dedicata alle nuove generazioni curatoriali e alla costruzione di pratiche capaci di mettere in relazione fotografia, territorio e pubblico. Laura Tota è stata selezionata con “Pietre, pane e festa” di Davide Fecarotti, progetto sulle antiche tradizioni del pane siciliano che supera la dimensione strettamente espositiva per integrare fotografie, archivi etnografici, testimonianze orali e pratiche collettive. Il fulcro sarà la costruzione partecipata di un forno in terra cruda, pensato non come elemento scenografico temporaneo ma come infrastruttura destinata alla comunità. Un oggetto concreto attraverso il quale la memoria si sottrae alla semplice conservazione per tornare a essere pratica, gesto e trasmissione. Giulia Tornesello è invece vincitrice con “Custodi dell’Instabilità” di Camillo Pasquarelli,indagine dedicata ai luoghi della cultura gastronomica italiana e alle persone che ne conservano, trasformano e reinterpretano l’eredità. Ristoranti, cucine, sale da pranzo e paesaggi compongono una geografia nella quale il cibo funziona come archivio vivente, attraversato da migrazioni, memorie individuali e mutamenti sociali.
Cover story: © Saher Alghorra, Gaza: Displacement, Hunger, Suffering, Yeast Photo Festival 2026









