Melissa McGill. Segno d’Acqua

Incontrando Melissa McGill (1969, Rhode Island, USA) alla galleria Mazzoleni di Milano, davanti alle opere che compongono la mostra Watermark – Segno d’Acquasi comprende quasi immediatamente il rapporto viscerale che l’artista intrattiene con questo elemento. “Ogni singolo lavoro nasce da una stretta collaborazione con l’acqua”, mi dice mentre percorriamo insieme lo spazio dell’esposizione. Visibile sino al 31 ottobre 2026, il progetto raccoglie un nucleo di opere recenti e inedite tra acquarelli di nuova produzione, lavori realizzati con pigmenti naturali, fotografie tratte dai dipinti di Canaletto e mappe rielaborate. 

Melissa McGill, Venetian Lagoon Study, 2020, Watercolour on paper 76, 2 x 57.1 cm.

McGill vive accanto all’acqua da oltre vent’anni. Il suo rapporto con la materia liquida è fisico prima ancora che concettuale. L’artista si muove intorno alle superfici di carta, stende in successione strati di materiali e pigmenti come l’indaco organico e la clorofilla ottenuta dalle foglie di gelso, aggiunge l’acqua e attende. A volte l’esito è guidato dalla mano dell’autrice, altre trova naturalmente il tempo e lo spazio del proprio accadimento. La carta si increspa, si solleva, reagisce. I pigmenti migrano, si incontrano, producono margini e sedimentazioni imprevedibili. “Invito l’acqua ad esprimere sé stessa”, racconta. Non si tratta però di rinunciare completamente all’intenzione. È piuttosto una negoziazione continua tra gesto e risposta, controllo e autonomia della materia. Parlando della propria pratica, McGill utilizza una parola che ritorna più volte: conversazione. “Se invito qualcuno a fare qualcosa con me e poi stabilisco da sola cosa debba fare – osserva – quella non è una conversazione”. Prestare attenzione, ascoltare, accogliere ciò con cui entriamo in relazione, è un’attitudine che caratterizza anche i grandi interventi pubblici di McGill. “Vorresti farlo insieme a me?”, dice, sintetizzando una modalità operativa che vale tanto per le persone quanto, sorprendentemente, per l’acqua.

Melissa McGill, Delta, l, 2024. Signed and dated (lower right): ‘Melissa McGill, 2024’, Water, organic indigo, chlorophyllin, copper oxide, homemade soy milk, kaolin clay, and vinegar on found printed map mounted on linen, 97.79 x 69.85 cm.

La laguna veneziana riaffiora con i suoi colori, le variazioni della luce e l’atmosfera, negli acquarelli Venetian Lagoon Studies che hanno fatto da precursori, e poi alimentato, il progetto indipendente e partecipativo Marea, presentato in occasione della Biennale di Venezia 2026. Ma nelle opere emerge anche un’altra geografia, ed è quella del fiume Po. McGill muove da materiali cartografici storici e li sottopone all’azione dell’acqua, del carbone, dell’indaco e di altri componenti naturali. L’acqua si spande sulla carta e ne altera la struttura; le fibre reagiscono, i colori si dilatano, persino le pieghe e le deformazioni diventano parte dell’opera. Nasce così l’idea di una diversa cartografia per il futuro: una mappa affidata anche alla “guida e alla creatività dell’acqua e della natura”. Il Po diventa pretestuoso anche a una riflessione sulla questione dell’instabilità climatica. L’artista  ha percorso il fiume dalla sorgente verso il delta, osservando un sistema sottoposto a trasformazioni sempre più evidenti, dovute a periodi di siccità estrema alternati ad alluvioni. 

Se è vero che per McGill l’arte è sostanzialmente un esercizio di ascolto, è altrettanto vero che  la mostra stessa è un invito a mettersi in ascolto dell’acqua, riconoscendola, nelle varie declinazioni in cui l’artista la traduce, come forza vitale e connettiva capace di unire territori, comunità e memorie.

Cover story; Melissa McGill. Watermark, 2026. Credits Studio Abbruzzese. Courtesy Mazzoleni

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