Dal 5 al 29 settembre 2026 nella Corea del Sud, in occasione della 16ª Gwangju Biennale, SEEUM ospita Stateless Mind Pavilion: Neither Here nor There, but Everywhere, progetto transnazionale che riunisce artisti provenienti da Asia, Africa, Europa, Nord e Sud America le cui pratiche affrontano questioni come, memoria, identità, ecologia, tecnologia e conoscenza collettiva.
Gwangju Biennale 2026 e lo “Gwangju Spirit”
Nata nel 1994 per commemorare il Movimento democratico del 18 maggio 1980, quando cittadini e studenti di Gwangju si opposero al regime militare di Chun Doo-hwan, la Gwangju Biennale ha progressivamente assunto un ruolo centrale nel panorama dell’arte contemporanea asiatica. Il cosiddetto “Gwangju Spirit”, fondato sui principi di democrazia, resistenza civile, solidarietà, comunità e difesa dei diritti umani, ne ha orientato la natura facendo della manifestazione un luogo nel quale mettere in discussione le narrazioni fondate su una prospettiva occidentale e affrontare temi urgenti della nostra contemporaneità come la crisi climatica, le discriminazioni razziali e di genere, fino alla fragilità delle democrazie.

Stateless Mind Pavilion: un progetto oltre il modello del padiglione nazionale
Sviluppato da Amir Zainorin con Dalida María Benfield e Christopher Bratton del Center for Arts, Design, and Social Research (CAD+SR), insieme a Fadly Sabran di Kapallorek Art Space, con Anna Cuomo e Camilla Boemio come curatrici associate, Stateless Mind Pavilion si accorda con la riflessione proposta 16ª edizione della Biennale “You Must Change Your Life,” offrendo una struttura volutamente aperta, mutevole e incompiuta. L’approccio curatoriale è collettivo e orientato al processo, enfatizza la paternità condivisa, il processo decisionale distribuito e la coesistenza di diverse prospettive piuttosto che una narrazione unitaria. Neither here nor there, but everywhere: né qui né altrove, ma ovunque. Il titolo sintetizza una concezione di identità che non coincide necessariamente con un perimetro geografico o un Paese. Al tradizionale modello del padiglione nazionale viene sostituita una costellazione di relazioni e di “relay points”, punti temporanei di connessione tra artisti, comunità e territori. Ogni incontro mantiene la propria specificità locale e, contemporaneamente, entra a far parte di una conversazione trans-locale più ampia.
Ascolto, partecipazione e conoscenza collettiva
Installazioni, immagini in movimento, performance, workshop, incontri con gli artisti, passeggiate nei quartieri, pasti condivisi, trasmissioni radiofoniche e momenti informali trasformano così la mostra in un dispositivo di relazione. Un ruolo particolare è affidato al suono e all’ascolto, intesi non tanto come medium prestabiliti quanto come possibilità di prestare attenzione ai luoghi, agli altri e alle condizioni dalle quali ogni incontro prende forma. Il riferimento è anche alla concezione della radio di Bertolt Brecht, non tanto come strumento unidirezionale di trasmissione, ma mezzo capace di mettere le persone in comunicazione reciproca. In un presente caratterizzato da una connettività digitale che paradossalmente può generare nuove forme di isolamento, il Padiglione interroga quindi la possibilità di restituire alla comunicazione una dimensione partecipativa, collaborativa e radicata nei contesti. In questa prospettiva si inserisce anche il programma internazionale di ricerca Poetic Economies of the Non-State, promosso dal CAD+SR.

Gli artisti di Stateless Mind Pavillion alla Gwangju Biennale
La pluralità geografica e culturale degli artisti riflette questa impostazione. La cubana Susana Pilar Delahante Matienzo si esprime utilizzando fotografia, performance e installazione da prospettive femministe nere e decoloniali, affrontando violenza di genere, memoria, corpo e trauma collettivo. Miguel EdKe Keerveld indaga invece decolonizzazione, cura collettiva e produzione inclusiva del sapere attraverso ricerca artistica e pratiche partecipative.Identità, migrazione e appartenenza attraversano anche il lavoro di Lilibeth Cuenca Rasmussenartista filippina multimediale che mette in relazione la propria esperienza filippino-danese con questioni sociali e politiche più ampie. La statunitense Grace Xu lavora tra installazione, performance, moving image e ceramica, mettendo in dialogo migrazione, ecologia e memoria con processi di collaborazione comunitaria. La dimensione ecologica e il sapere indigeno emergono nella collaborazione tra il malesiano Saiful Razman e Yahya Torek, artista Semai originario di Perak. Il primo trasforma materiali quotidiani come garze medicali, carta e oggetti trovati in installazioni che riflettono su fragilità e percezione; il secondo documenta biodiversità e patrimonio culturale degli Orang Asli, collegando pratica artistica, tutela ambientale e diritti delle popolazioni indigene. Da Perak proviene anche Ronnie Bahari,fotografo, musicista e attivista Temuan–Semai, la cui ricerca nasce dall’interno delle comunità Orang Asli di cui documenta identità, tradizioni e relazione con la terra. Da Johannesburg la pratica collaborativa di Sibonelo Gumede e Nombuso Mathibela, attraverso suono, ricerca e performance, indaga memoria, riparazione, storie anticoloniali e politica dell’ascolto. La relazione tra immagini e nuovi sistemi di conoscenza è centrale nel lavoro di Sheung Yiu (Hong Kong), che studia fotografia, tecnologie emergenti, intelligenza artificiale e percezione umana.

A queste ricerche si affiancano quelle di Tamara Al-Mashouk, che a partire dalla propria eredità saudita-palestinese indaga temi quali memoria, displacement, ospitalità e corpo; della poetessa, studiosa e critica mónica teresa ortiz, nata, cresciuta e residente in Texas; di Ariel William Orah, artista indonesiano nato a Bandung, il cui interesse si concentra su diaspora, ingiustizia sociale e climatica, identità, memoria e scarsità. Completano il progetto Fadly Sabran artista malese multimediale, curatore e accademico la cui pratica esplora la cultura dell’immagine in movimento, i media sperimentali e le narrazioni visive contemporanee. Nel 2020, insieme a Shahrul Hisham e Haris Abadi, ha co-fondato Tumbuktikus, una piattaforma sperimentale online che esplora pratiche artistiche basate su internet, interventi digitali, animazione, cultura di rete ed estetica cyberpunk attraverso uno spirito di sperimentazione ludica ma critica; Dalida María Benfield (Panama/USA/Finlandia), artista e teorica impegnata nelle prospettive femministe, postcoloniali e decoloniali; Christopher Bratton, artista, scrittore ed insegnante; e Amir Zainorin, artista e curatore malese, fondatore di Jambatan e Stateless Mind.
Stateless Mind Pavilion sembra dunque voler mettere in discussione la necessità stessa di un centro, aprendo alla possibilità di appartenenze multiple, mobili e relazionali. La mostra diventa così un organismo temporaneo, costruito attraverso ascolto, ospitalità e collaborazione; una geografia che non cancella le differenze, ma prova a immaginare come possano entrare in relazione senza essere ricondotte dentro la fissità di un confine.
Cover story: Sibonelo Gumede and Nombuso Mathibela, Ways of Repair, 2024-ongoing, Performance with voice, string instruments, and projectors, dimensions variable, presented at the Centre for the Less Good Idea, Johannesburg S. Africa, Photo by Zivanai Matangi
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Location: SEEUM 26-12, Seoseopyeong-gil, Nam-gu, Gwangju, Republic of Korea
Artisti partecipanti: Tamara Al-Mashouk, Susana Pilar Delahante Matienzo, Sibonelo Gumede, Nombuso Mathibela, Sheung Yiu, Saiful Razman, Yahya Torek, Ronnie Bahari, mónica teresa ortiz, Miguel Keerveld, Lilibeth Cuenca Rasmussen, Grace Xu, Fadly Sabran and Tumbuktikus, Dalida Maria Benfield, Chris Bratton, Amir Zainorin in collaboration with Filamen and Farhan Fathee
Curatori: Amir Zainorin, Dalida Maria Benfield and Chris Bratton / CAD+SR, Fadly Sabran, Anna Cuomo, Camilla Boemio









